Forum delle associazioni disciplinari della scuola
“Indicazioni nazionali” e “profili educativi”
pareri
e commenti delle associazioni disciplinari sui documenti ministeriali per il
primo ciclo dell’istruzione
Bologna
novembre 2003
***
STORIA
“Clio ‘92” - Associazione di gruppi di ricerca
sull’insegnamento della storia
La
storia nelle “Indicazioni ministeriali” per la scuola elementare: una questione
di metodo [1]
di Ivo Mattozzi
Chi dovrebbe
scrivere “indicazioni” circa la storia?
Ho l’impressione che
la vicenda dei programmi di storia entrati in vigore sia piena di esempi di
programmi elaborati da singoli “esperti” o piccoli gruppi di “esperti”
incaricati da organi ministeriali di redigerli in tutta discrezionalità e
segretezza. Invece, nei pochi casi in cui le elaborazioni dei testi sono state
il frutto di un lavoro collettivo di gruppi numerosi e pubblici, i programmi
non sono arrivati all’approvazione: la discussione che si è aperta su di essi e
ne ha accompagnato la genesi e gli opposti, paralizzanti pareri di “lobby” di
questo o quel periodo storico hanno dato buoni argomenti per non vararli. Fu
questo il destino delle proposte programmatiche prodotte dalla commissione
cosiddetta Brocca, dal nome del sottosegretario che la presiedeva, e poi del
programma per la scuola dell’obbligo redatto in seno alla commissione De Mauro.
Invece gli estensori delle “indicazioni ministeriali”, pubblicate in piena
estate 2002, sono anonimi, hanno lavorato alla chetichella e di buona lena, non
si sono dovuti sottomettere allo stress del confronto pubblico, hanno visto il
loro testo presto pubblicato e assunto dal Ministero per le 250 scuole
sperimentali (100 delle quali private).
Il problema diventa
allora di metodo: con quali criteri decidere chi debbano essere gli esperti che
possono interloquire tra loro con cognizione di causa? come gestire la parte di
dibattito pubblico in modo che si possa tener conto di pareri discordanti? ma,
soprattutto, come individuare le fonti di ispirazione e di legittimazione che
potrebbero fornire criteri discriminanti tra le diverse soluzioni
pensabili?
Ecco, il punto
decisivo è quest’ultimo. Io credo che le fonti di legittimazione della scelta
degli esperti e della loro proposta debbano essere:
1. la
struttura della disciplina pensata in rapporto con i problemi della formazione
(l’epistemologia pratica),
2. le
elaborazioni della ricerca in didattica della disciplina,
3. le
migliori pratiche didattiche risultanti dalla ricerca applicata che compiono le
e gli insegnanti,
4. la
psicologia cognitivista e dell’ apprendimento.
Gli esperti
dovrebbero essere scelti in questi campi di studio e svolgere il loro lavoro in
una condizione di ricerca, con tempi adeguati sia per la lettura e la messa a
frutto della letteratura relativa alle questioni di fondo sia per la
consultazione di esperti su questioni specifiche. Un lavoro non frettoloso e
non contingente, ma metodico e di prospettiva lunga. Solo in questo modo si
potrebbe garantire un risultato, certamente non al riparo da contestazioni,
obiezioni ecc., ma accettabile dalla maggioranza degli intenditori dei diversi
campi disciplinari e non soggetto agli umori politici delle maggioranze di
governo.
Nel caso delle
“indicazioni”, non sappiamo quali siano stati gli esperti, non sappiamo
quali riferimenti epistemologici abbiano
utilizzato, non sappiamo quali pratiche e prodotti didattici abbiano avuto
presenti, non sappiamo che teorie psicologiche abbiano preso a riferimento.
Siamo costretti a leggere nelle “indicazioni” gli indizi per ipotizzare
inferenze su tali questioni.
Analizzerò in questa
sede solo la questione dei “contenuti”. Non potrò prendere in esame gli
obiettivi e le raccomandazioni. Ma dirò come il diritto di interpretazione dei
testi programmatici e l’autonomia scolastica possano permettere di gestire le
“indicazioni” nel caso che diventassero cogenti.
Come analizzare un
programma già predisposto? Quali i punti di riferimento autorevoli e non
meramente soggettivi per criticare? Di nuovo io non ne conosco altri che
l’epistemologia, la psicologia, la didattica della storia, le pratiche
didattiche più prestigiose, la cultura storica richiesta dal contesto attuale.
Sulla base di tali
riferimenti si può cogliere che le “indicazioni” suscitano un problema di
fattibilità, un problema di coerenza, un problema di alternative possibili e
migliori.
Il problema della fattibilità
Le indicazioni
riguardano tre tipi di attività e di campi tematici nelle quali svolgerle.
Il primo è relativo
all’avvio allo studio della storia e alla formazione di competenze e concetti
di base. Nel primo biennio (seconda e terza classe) si raccomandano:
Trasformazioni
di uomini, oggetti, ambienti connesse al trascorrere del tempo.
Percezione
di sé nel tempo in relazione alla propria storia personale.
I
documenti e le testimonianze necessarie per ricostruire la storia della
famiglia e di persone prossime.
Dalla
storia biografica alla memoria sociale: documenti e testimonianze necessari per
ricostruire la storia del proprio ambiente sociale di vita.
Testimonianze
di eventi, momenti, figure significative presenti nel proprio territorio e
caratterizzanti la storia locale.
I
riferimenti leggibili dietro tali formulazioni sono nella ricerca didattica che
ha proposto un avvicinamento dei bambini alla storia favorito da processi di
apprendimento adatti a formare le capacità cognitive di organizzazione delle
informazioni. Si nota anche il rapporto con le proposte dei programmi
ministeriali del 1985. Le “indicazioni”
estendono ed articolano i cenni di quel testo e dicono, con parole un poco
diverse, quello che è formulato nei libri relativi alla proposta del “curricolo
delle operazioni cognitive” nei
seguenti termini: «le
attività per favorire l’incontro dei bambini con la storia sono le ricerche con
le fonti che impegnano gli scolari nella ricostruzione di “aspetti del passato
immediato”, di “aspetti del passato
personale”, di “aspetti del passato familiare” (cioè degli adulti prossimi), di
aspetti del “passato sociale”, di aspetti del “passato locale”».
Tali proposte sono
all’origine di molte sperimentazioni e di produzione di materiali didattici
(per la storia socio-locale). Esse hanno messo in evidenza che le ricerche
storico-didattiche richiedono molto tempo, ma soprattutto richiedono tempi di
maturazione delle competenze cognitive e delle abilità strumentali degli
scolari. In conclusione, è impossibile svolgere tutte le esperienze indicate in
seconda e in terza classe: non è possibile che i bambini siano impegnati in
ricerche sul passato personale e su quello locale nel breve arco di un anno e
mezzo. Generalmente le ricerche storico-didattiche sul passato locale possono
essere efficaci solo nella classe quarta. Dunque, le esperienze degli
insegnanti dimostrano la non fattibilità delle indicazioni. Ma hanno alimentato
anche riflessioni che hanno fatto evolvere le concezioni curricolari: 1. le
generiche indicazioni di tematizzare aspetti del passato immediato si sono
precisate nella indicazione di ricostruire qualche processo di trasformazione
del passato della classe prima; 2. la storia personale è diventata “il passato della
generazione dei bambini”; la storia “familiare-sociale” è
diventata “il
passato della generazione degli adulti”. Il senso di tali
modificazioni è che occorre conferire maggiore potere formativo alle esperienze
di apprendimento degli scolari, rendendo possibile la costruzione di conoscenze
più significative in quanto generalizzabili e generalizzate e utilizzabili per
la comprensione del mondo e della generalizzazione storica, senza limitarle ad
essere una semplice palestra per l’esercizio delle operazioni cognitive.
Dunque, se gli estensori avessero avuto maggiore attenzione alle esperienze
degli insegnanti e allo sviluppo della ricerca didattica avrebbero potuto
elaborare indicazioni più fattibili, più interessanti, più capaci di orientare
anche verso la soluzione del problema delle conoscenze disciplinari.
Infatti la seconda
questione riguarda le conoscenze disciplinari. In terza classe vengono indicate
le seguenti:
Esperienze
umane nel tempo: l’uomo preistorico.
La
rivoluzione neolitica.
Passaggio
dall’uomo preistorico all’uomo storico nelle civiltà antiche.
L’insegnante che
seguisse alla lettera le indicazioni vedrebbe ridurre il tempo per le ricerche
storico-didattiche sui passati prossimi a poco più di un anno. Il che aggrava
la diagnosi di non fattibilità. Ma vediamo che cosa comporta pretendere di far
apprendere conoscenze storiograficamente sensate sull’epoca preistorica.
Presumo che le conoscenze debbano essere coerenti con quelle elaborate dalla
storiografia, che, dunque, non possano essere ridotte a narrazioni banali e
fantasiose, tanto per compiacere la curiosità dei bambini e la loro voglia di
racconti. Questi potrebbero essere più pertinenti all’insegnamento
dell’italiano. Le conoscenze sono storiograficamente sensate se datate, se
riferite a fatti, luoghi, ambienti, e periodi precisati. Ciò comporta che i
bambini di 8 anni dovrebbero avere la padronanza della numerazione per 1000,
dei numeri negativi per comprendere il sistema cronologico basato sulla nascita
di Cristo, dovrebbero comprendere gli ambienti e i luoghi di qualche fase del
paleolitico, dovrebbero saper comprendere le lunghissime durate. Inoltre
dovrebbero poter comprendere i modi di vita di gruppi umani di cacciatori e
raccoglitori in ambienti ben determinati e alcuni dei concetti correlati con
tali modi di vita e dovrebbero comprendere che cosa ha comportato per alcuni
gruppi e per alcuni ambienti (non per “l’uomo” generico) il passaggio al modo
di vita agricolo.
Come possiamo pretendere
tutto ciò da bambini di 8 anni, la cui dotazione di requisiti è ancora da
formare? Siamo di nuovo davanti all’impossibilità di ottemperare con decenza
scientifica alle indicazioni. Sussidiari e insegnanti si contenteranno di
propinare ai bambini degli stereotipi senza senso.
Ma le “indicazioni”
funzionano peggio per il secondo biennio, cioè per le classi quarte e quinte:
Fatti,
personaggi, eventi ed istituzioni che caratterizzano dal punto di vista
dell’organizzazione economica, sociale, politica, culturale e religiosa:
le
grandi civiltà dell’Antico Vicino Oriente,
le
popolazioni presenti sulle sponde del Mediterraneo e nella penisola italica in
età preclassica,
la
civiltà greca dalle origini all’età alessandrina,
la
civiltà romana dalle origini alla crisi dell’impero.
Origine
della religione cristiana, elementi di peculiarità ed influenza
sull’integrazione tra Romani e popoli barbari.
Nascita
dell’Islam: caratteri distintivi della civiltà islamica e sua espansione.
Fatti,
personaggi, istituzioni caratterizzanti l’Europa medioevale fino al Mille.
Scoprire
le radici storiche della realtà locale.
L’estensore ha
dovuto fare i conti con il problema del curricolo continuativo e della noiosa
ripetitività del sistema di sapere attuale. Ha optato per una soluzione facile:
la ripartizione del corso di storia fra scuola elementare e scuola media.
Poiché sa che è impossibile insegnare buone conoscenze di storia generale
scolastica nella scuola elementare, che gli insegnanti della scuola media non
sanno come programmare le conoscenze dell’intero corso di storia, che gli
alunni si annoiano a ripetere lo stesso sistema di conoscenze, ha assegnato ai
due anni della scuola elementare ciò che attualmente si insegna in prima media
ed ha alleggerito il compito degli insegnanti medi proponendo lo svolgimento di
conoscenze dall’anno Mille fino al mondo attuale nei tre anni della scuola
media.
Sembra una soluzione
“equa” e furba. E infatti anche in alcuni istituti comprensivi insegnanti
elementari e insegnanti medi si sono accordati per una soluzione analoga,
profittando dell’autonomia.
Ma si tratta di una
pensata che non tiene conto delle difficoltà che la struttura del testo storico
e del sistema di sapere storico oppongono alle capacità di comprensione dei
bambini. Rispetto a tale preoccupazione contraddice in modo netto quel che ha
affermato il prof. Bertagna nel suo rapporto a proposito dell’opportunità di
riservare all’ultimo anno della elementare e poi alla scuola media il sapere
sistematico e che il ministro Letizia Brichetto (leggi Moratti) ha assunto
negli ordinamenti. Bertagna si è espresso così:
«il
biennio V elementare e I media, pur essendo a cavallo delle due scuole,
costituisce, per gli obiettivi specifici di apprendimento terminali e per le
attività didattiche, un tutto unitario, già caratterizzato da un’organizzazione
del sapere di tipo secondario, ovvero disciplinare». «Poiché si tratta di preparare il terreno ad un’organizzazione del
sapere critico fondata sulle discipline, la scuola primaria presenta piani di
studio che si aprono esplicitamente a queste ultime solo nell’ultimo anno».
La Brichetto
traspone il pensiero di Bertagna, così nel suo disegno: solo la scuola media «cura la dimensione
sistematica delle discipline e sviluppa progressivamente le competenze e le
capacità di scelta individuali fornendo strumenti adeguati alla prosecuzione
delle attività di istruzione e di formazione».
Dunque, secondo le
precedenti elaborazioni, la scuola elementare non avrebbe dovuto avere la
responsabilità di curare la dimensione sistematica della disciplina storica e
di fornire gli strumenti adeguati alla prosecuzione delle attività di studio,
se non nell’ultimo anno. I quattro anni precedenti avrebbero dovuto servire di
avvicinamento al punto di partenza dello studio disciplinare.
Se il Bertagna e la
Brichetto hanno pensato che un’organizzazione del sapere di tipo secondario
non fosse adatta ai bambini fino alla V classe, perché l’estensore delle
“indicazioni” ha proposto un sistema di conoscenze identico, nella struttura, a
quello della scuola media? È sensata tale scelta? O era sensato l’eccesso di
prudenza di Bertagna? Vediamolo.
Le indicazioni
pretendono che gli scolari della scuola elementare studino il sistema di
conoscenze tradizionalmente costruito sull’asse cronologico lineare, centrato
sul modello narrativo di ricostruzione di processi di trasformazione, limitato
alla sola genealogia della civiltà occidentale. Quel che ispira la scelta è il
paradigma della storia generale scolastica così come si è affermato nel corso
dell’800 e del ‘900. Probabilmente l’estensore delle indicazioni lo pensa
inevitabile e insostituibile in quanto lo ha introiettato attraverso i suoi
studi secondari, senza avere appreso la cultura storica per elaborare
riferimenti a paradigmi diversi e più efficaci.
Se si considera
questa una struttura adatta per gli studenti della scuola media (10-13 anni),
con quale criterio si pensa che la stessa struttura possa essere compresa dagli
scolari di 8 e 9 anni? È evidente che la soluzione è concepita non dalla parte
dei bambini ma dalla parte degli insegnanti, ai quali si vuole rendere meno
gravoso il compito di “finire il programma” - come dicono - cioè di far
studiare tutto il libro di testo. Ma quel sistema è difficile ed è improduttivo
di cultura storica: si tratta infatti di un sistema testuale attraverso il
quale i bambini dovrebbero navigare con molte capacità di compiere operazioni
cognitive (di tematizzazione, di organizzazione temporale e spaziale, di
classificazione delle informazioni per mutamenti, eventi, permanenze, di
relazioni esplicative, di organizzazione del discorso descrittivo, narrativo,
argomentativo…) e di abilità (a costruire grafici temporali, a usare
cartografia, a costruire mappe concettuali…) e con molti concetti di base. Le
esperienze di controllo degli apprendimenti dimostrano che la maggior parte dei
bambini imparano confusamente le informazioni e che non riescono a mettere
altro ordine tra i fatti che non sia quello della successione, con buona pace
del dominio dei quadri cronologici. E dimostrano anche che quel tipo di testi
storici è deludente rispetto alle attese dei bambini e scoraggiante rispetto
alle motivazioni strutturali e non occasionali allo studio della storia.
In
sostanza, anche le “indicazioni” riguardanti il sapere storico sono non
fattibili oppure fattibili a prezzo della inefficacia nella formazione storica.
La scelta
dell’estensore delle “indicazioni” si configura, dunque, come una retrocessione
rispetto ai programmi del 1985, da una parte, verso la ideologia eurocentrica
e, dall’altra, verso la negazione che ci possa essere un sapere specifico a
misura dei bambini. È una regressione che priva i bambini della possibilità di
costruire concetti di passato e di storia corretti, perché ricchi di elementi
informativi riguardanti anche altre civiltà che non hanno contribuito alla
genesi della civiltà europea. È una regressione che li priva di conoscenze
necessarie per pensare il mondo attuale. È una retrocessione che priva gli
scolari immigrati da ambienti non europei dell’occasione di comprendere qualche
conoscenza riguardante quegli ambienti da cui provengono le loro famiglie. È la
negazione della ricerca sulla possibilità di insegnare la storia a dimensione
mondiale ed è la negazione delle aspirazioni e delle esperienze di fare della
storia un asse dell’educazione interculturale. In un sol colpo l’estensore
delle “indicazioni” ha annullato esperienze interessanti di insegnanti, di
gruppi di ricerca, di reti di scuole.
Ma nei programmi
dell’85 c’era anche l’apertura verso un altro sistema di conoscenze più adatto
alla scoperta della storia da parte dei bambini in fase di prima
alfabetizzazione storica: era il sistema di conoscenze costruito mediante i
“quadri di civiltà” e “il telaio cronologico a maglie larghe”. Sono indicazioni
che gli editori di sussidiari e la maggioranza degli insegnanti non hanno mai
seguito, preferendo insistere - illegalmente - con il più familiare modello
cronologico lineare non prescritto dal testo del programma. Ma sono proposte
che hanno pur ispirato la ricerca di studiosi di didattica e di insegnanti e
che hanno un fondamento nella psicologia dell’apprendimento e nei modelli
storiografici che costruiscono conoscenze di civiltà e della “vita quotidiana”,
piuttosto che di processi di trasformazione.
Che fine fanno i
“quadri di civiltà” secondo le “indicazioni”? Non finiscono, ma anzi vengono
valorizzati attraverso l’esplicitazione molto chiara dei riferimenti. I quali
però finiscono per porre un problema di coerenza.
Un problema di coerenza
Nelle “indicazioni”
per i piani di studio personalizzati» i riferimenti ai quadri di civiltà sono
numerosi. Tra le «conoscenze e le abilità» da costruire nelle classi quarta e
quinta gli obiettivi raggiungibili mediante il lavoro sui quadri di civiltà
sono chiaramente enunciati:
«Indicatori che definiscono un quadro di civiltà (risorse del
territorio ed economia, organizzazione sociale e politica, cultura e religione)
all’interno di un contesto temporale e spaziale».
«Collocare sulla linea del tempo in modo preciso personaggi
ed eventi di un quadro di civiltà».
«Cogliere gli elementi di identificazione della realtà
storica: eventi, uomini, fattori geografici, culturali, politici ed economici,
individuando un quadro di civiltà».
«Individuare gli elementi di contemporaneità, gli elementi
diacronici e gli elementi di durata nei quadri di civiltà».
«Costruire grafici temporali a blocchi, mappe concettuali,
mappe spazio-temporali dei quadri di civiltà e delle principali formazioni
politiche fino al Mille».
Ma anche altri
obiettivi richiedono per essere conseguiti il ricorso alla descrizione di
quadri di civiltà:
«Concetti e lessico specifico relativi a: città, stato,
crisi, sviluppo, decadenza, nomadismo, sedentarizzazione, risorse, demografia,
economia, società, istituzioni e cultura materiale».
«Rapporto spazi - ambienti (micro-macro regioni, Medio
Oriente, Mediterraneo, Europa, Asia)».
(Qui
credo che sia frutto di una svista l’omissione dell’Africa che fu la sede della
civiltà egizia e dell’espansione della civiltà araba)
In conclusione,
rispetto alla trattazione della storia sottoforma di quadri di civiltà, si può
interpretare il testo delle “indicazioni” del 2002 come una esplicitazione e
una enfatizzazione del programma del 1985. E come una proposta più stringente
(anche se più limitativa) per orientare la programmazione dei processi di
insegnamento e di apprendimento del sapere storico nella scuola elementare.
La proposta è
rafforzata dalle «raccomandazioni per l’attuazione delle indicazioni» che
includono riferimenti ai quadri di civiltà sia per l’avvio allo studio della
storia in terza sia per le classi successive:
«In questa prospettiva,
anche impiegando opportune narrazioni desunte dalla mitologia, l’insegnante
sceglierà quadri
di civiltà relativi alle società organizzate dall’uomo preistorico (caccia e
raccolta, agricola, ..) e ne metterà in evidenza le possibili caratteristiche
organizzative e sociali, rendendo l’allievo disponibile alla riflessione
comparativa tra il passato e il presente, senza dimenticare la riflessione
sulla componente spaziale e geografica che ha visto nascere l’uomo preistorico».
«A partire dalla classe quarta si può avviare uno studio più
sistematico e cronologico della storia che introduca la distinzione tra
l’avvenimento e la sua conoscenza, che faccia riflettere sugli indicatori che
definiscono un quadro di civiltà all’interno di un contesto temporale e
spaziale e che fornisca le coordinate concettuali necessarie per comprendere i
fenomeni che hanno scandito la storia dell’umanità. Può iniziare lo studio
delle grandi civiltà che hanno preceduto o accompagnato il dispiegarsi di
quelle più significative per la nostra tradizione, le civiltà greca, romana e
ebraico-cristiana. Si tratta di introdurle all’interno di un quadro complessivo
che verrà via via arricchito».
Gli obiettivi e le
raccomandazioni che riguardano i quadri di civiltà sono in linea con la ricerca
psicologica ed hanno una base di riferimento storiografico non nelle narrazioni
cronologico lineari dei processi, ma nelle descrizioni di stati di cose. Esse
sono più adatte per formare il primo sapere storico, perché sono meno cariche
di intrecci temporali e di relazioni spaziali di molteplici serie di fatti e di
implicazioni esplicative e offrono ai bambini i tasselli di conoscenze con i
quali costruire la rete del sapere, iconicamente rappresentata dalla mappa
spazio-temporale. Cioè stimolano una grande attività cognitiva nei bambini ma
non surdimensionata rispetto alle loro potenzialità. Tali indicazioni sono
state anticipate nelle proposte che vanno sotto il nome di “curricolo delle
operazioni cognitive” e - grazie alle esperienze di insegnanti non timorosi davanti
alle innovazioni - sono state ulteriormente sviluppate in una didattica
organica dei quadri di civiltà.
Purtroppo le
indicazioni circa le conoscenze e quelle relative ai quadri di civiltà sono
dissonanti. Esse sono generate da fonti di ispirazione diverse e sono
incoerenti. Di tale incoerenza le spie sono tre.
1. Se si esalta la
conoscenza e la concettualizzazione del passato per quadri di civiltà, bisogna
assumere un concetto non valutativo di civiltà e bisogna pensare che anche i
gruppi umani preistorici sono descrivibili in un “quadro di civiltà”. Infatti
nelle raccomandazioni si invita gli insegnanti a «scegliere quadri di
civiltà relativi alle società organizzate dall’uomo preistorico (caccia e
raccolta, agricola, ..)». Ma nell’elenco delle conoscenze, indicando il «passaggio
dall’uomo preistorico all’uomo storico nelle civiltà antiche» si
reintroduce implicitamente la distinzione tra gruppi umani civili e gruppi
umani incivili. Inoltre, si insiste nella qualifica di “barbari” per designare
i popoli germanici.
2. Se si invita a
costruire conoscenze rispetto a «Fatti, personaggi, eventi ed istituzioni
che caratterizzano dal punto di vista dell’organizzazione economica, sociale,
politica, culturale e religiosa» le civiltà, allora si introduce la visione
eventografica della storia ed essa entra in conflitto con la visione per quadri
di civiltà, e si finisce per reclamare la prevalenza della narrazione contro la
descrizione.
3.
Se si esprimono le conoscenze in questi termini: «la civiltà greca dalle
origini all’età alessandrina, la civiltà romana dalle origini alla
crisi dell’impero. Origine
della religione cristiana, elementi di peculiarità ed influenza
sull’integrazione tra Romani e popoli barbari…», allora si pretende che i
“fanciulli” possano comprendere le ricostruzioni di processi di trasformazione
e i relativi problemi e le relative spiegazioni e ciò è una illusione
deleteria, poiché ispira una cattiva storiografia scolastica e genera un
pessimo rapporto iniziale con la storia.
La distonia produce
la impressione che le “indicazioni” sulla storia siano state scritte da due
mani: la prima di un patito della storia generale scolastica tradizionale, la
seconda di uno più attento a quello che dall’85 in poi si è affermato come una
possibilità di innovazione.
L’estensore delle
“indicazioni” vorrebbe che la scuola elementare nei due anni iniziali di studio
della storia fosse capace di costruire conoscenze di quadri di civiltà e di
processi di trasformazione. Non si rende conto che svolgere una buona didattica
dei quadri di civiltà richiede la formazione di competenze alla lettura e alla
comprensione dei testi, di abilità molteplici e lo svolgimento di processi di
insegnamento e di apprendimento lenti, necessitanti di tempi lunghi. Il
problema del tempo diventerà ancora più drammatico se le ore assegnate alla
storia diventeranno meno numerose in proporzione alla diminuzione del monte ore
di lezioni complessivo.
Quali possono essere le
conseguenze?
Se prevale l’idea
che siano prescrizioni e non indicazioni da interpretare alla luce della
psicologia, dei modelli storiografici, della struttura disciplinare, ci sarà la
maggioranza degli insegnanti che continuerà a fare frettolosamente e malamente
la storia personale, la storia dei nonni e bisnonni e poi passerà ai primitivi,
senza nessun beneficio formativo per i “fanciulli”.
Gli editori
continueranno a sentirsi autorizzati a riempire di sciocchezze storiche le 180
pagine dei sussidiari oppure ad anticipare alla scuola elementare pari pari
quello che ora i manuali ammanniscono agli studenti di prima media. Gli
insegnanti (nella maggioranza) continueranno a pensare che i sussidiari siano
interpreti autorizzati delle indicazioni e continueranno a volere svolgere e
finire il programma, piuttosto che aiutare gli allievi a sviluppare le
conoscenze e le competenze. Gli alunni continueranno a non comprendere la
storia e a pensare che le cose studiate in fila si siano verificate tutte l’una
dopo l’altra in uno schema stereotipato di successione che inibisce la visione
delle contemporaneità, della sincronia dei processi, della visione di stati
delle cose compositi… Continuerà il disastro della storia insegnata!
Il problema di alternative
possibili e migliori
Per tali timori io
spero che le indicazioni non diventino norma. Ma se ciò dovesse accadere,
allora è il caso di indurre gli insegnanti a pensare che si tratta di
indicazioni e non di prescrizioni e che nell’incoerenza che ho segnalato ci
sono i varchi per interpretazioni più rispettose dei bambini e della conoscenza
storica. Poiché le indicazioni circa la progressione iniziale delle attività
sono chiare, allora si dedichi tutto il tempo necessario alla formazione di
competenze e di concetti di base attraverso le ricerche storico-didattiche.
Poiché le indicazioni circa i quadri di civiltà sono sensate mentre quelle
sulla storia antica e altomedievale sono insensate, allora si assumano le prime
come ispiratrici della programmazione e della elaborazione di piani di studio
che, per essere personalizzati, dovrebbero tener conto e dei
limiti e delle potenzialità dei bambini e della presenza di alunni provenienti
da mondi diversi da quello della civiltà occidentale. La didattica dei quadri
di civiltà può essere utilizzata anche per svolgere le conoscenze dalla
preistoria all’anno Mille: ad esempio, la civiltà romana dalle origini alla
crisi dell’impero può essere presentata con tre quadri di civiltà - uno per il
periodo delle origini, uno per il periodo repubblicano e uno per il periodo
imperiale - e stimolando il confronto tra i quadri in modo che gli alunni si
rendano conto dei mutamenti e delle persistenze. Sulla scoperta di esse gli
alunni possono formulare questioni storiche, a cui dare risposte semplici senza
le complicazioni e le banalizzazione delle ricostruzioni di processi. È la
scelta del male minore. Ma finché non ci saranno indicazioni ministeriali
credibili e capaci di promuovere il rinnovamento della storia insegnata, la
creatività degli insegnanti e la ricerca didattica, come fare a difendere la storia
e la salute cognitiva degli alunni?
Dalle
Indicazioni del 24 luglio 2002 alle indicazioni del 6-11-2002.
Qualcuno (chi? all’interno o all’esterno della setta
segreta e innominabile incaricata di scriverlo?) ha criticato il testo apparso
sul sito ministeriale il 24 luglio 2002 e l’estensore delle indicazioni circa
la storia ha dovuto riscriverle: abbiamo perciò altri due testi, il secondo
apparso in appendice ai decreti sulla sperimentazione il 18-9-2002 e il terzo
datato 6-11-2002. I due ultimi testi sono stati pubblicati sul web senza nessun
avviso ai naviganti circa le modifiche apportate.
Mi limiterò a
mettere a confronto la terza con la prima stesura, lasciando da parte la
seconda. Ma sarà conveniente - in altra occasione - ricostruire lo slittamento
progressivo verso il peggioramento del testo e analizzare l’epistemologia
storica che ha ispirato le indicazioni sulle conoscenze.
Tra la mano
didattica e la mano storiografica dell’estensore è prevalsa la seconda e gli
effetti sono nella riduzione delle indicazioni che avevano maggiore rilevanza
didattica:
- in classe prima è
abrogato l’obiettivo: «Rappresentare
la sequenza narrativa di semplici storie utilizzando grafici, linee temporali»;
- nel primo biennio (classi
seconda e terza) sono sparite le indicazioni esplicite rispetto alla
progressione della conquista del senso del passato da parte degli alunni:
Percezione
di sé nel tempo in relazione alla propria storia personale.
I
documenti e le testimonianze necessarie per ricostruire la storia della
famiglia e di persone prossime.
Dalla
storia biografica alla memoria sociale: documenti e testimonianze necessari per
ricostruire la storia del proprio ambiente sociale di vita.
Ora gli insegnanti
che volessero organizzare sequenze di unità di apprendimento significative in
conformità a tale progressione possono legittimamente farlo, giustificandole
con le generiche indicazioni:
Trasformazioni
di uomini, oggetti, ambienti connesse al trascorrere del tempo.
Concetto
di periodizzazione.
Testimonianze
di eventi, momenti, figure significative presenti nel proprio territorio e
caratterizzanti la storia locale.
e con le indicazioni
relative alle fonti:
«Osservare e confrontare oggetti e persone di oggi con quelli
del passato.
Distinguere e confrontare alcuni tipi di fonte storica
orale e scritta.
Leggere
ed interpretare le testimonianze del passato presenti sul territorio.
Individuare
nella storia di persone diverse vissute nello stesso tempo e nello stesso luogo
gli elementi di costruzione di una memoria comune».
Ma gli insegnanti
che non hanno gli strumenti e le esperienze per interpretare tali indicazioni
in modo significativo per gli alunni, seguiteranno ad impegnarli in banali
esercizi di ricostruzioni aneddotiche e cronachistiche. E saranno incoraggiati
all’interpretazione minimalista dalla omissione delle indicazioni relative alle
fonti che erano correlate con la progressione delle esperienze di ricerca
storico-didattica:
Distinguere
i vari tipi di fonte storica interpretandoli e confrontandoli con l’aiuto
dell’insegnante.
Reperire
ed imparare a decodificare le testimonianze relative alla propria storia
personale: fotografie, certificati, testimonianze orali.
Ricostruire
la storia di una persona analizzando le fonti disponibili.
Individuare
nella storia di persone diverse vissute nello stesso tempo gli elementi di
costruzione di una memoria comune.
Anche la parte
relativa alle conoscenze ha ricevuto una revisione profonda. L’indicazione, non
accettabile, ma leggera e storiograficamente corretta:
«Esperienze umane nel tempo: l’uomo preistorico.
La
rivoluzione neolitica.
Passaggio dall’uomo preistorico all’uomo
storico nelle civiltà antiche».
è aggravata nella nuova
versione:
«La terra prima dell’uomo e le esperienze umane preistoriche:
la comparsa dell’uomo, i cacciatori delle epoche glaciali, la rivoluzione
neolitica e l’agricoltura, lo sviluppo dell’artigianato e primi commerci.
Passaggio
dall’uomo preistorico all’uomo storico nelle civiltà antiche.
Miti e
leggende delle origini».
Questa formulazione
provoca oltre alle obiezioni meritate dalla prima versione rispetto alla non
fattibilità, altre relative alla cattiva epistemologia storica dell’esperto
prevalente:
· la terra prima dell’uomo e la comparsa dell’uomo (cioè l’ominazione)
non sono materia di cui si occupino gli storici, ma altri scienziati; dunque
non dovrebbero apparire sotto la disciplina “storia”;
· gli
altri contenuti richiedono di trattare temi molto rilevanti, che però gli
alunni di terza non avranno la possibilità di comprendere per difetto di
preconoscenze e competenze requisite.
Alcuni degli
emendamenti sono dovuti al fatto che l’estensore (o il critico) si è accorto
che la formulazione spesso non era coerente con la distinzione tra obiettivi
relativi alle conoscenze e obiettivi relativi alle abilità e che altri erano
ridondanti o mal formulati (ad esempio, «Classificare gli eventi utilizzando sulla linea
del tempo gli indicatori temporali».) Ma questo dimostra che
la fretta con la quale è stata scritta la prima versione è stata cattiva
consigliera. Altri, però, sembrano rispondere all’intento di ridurre
l’ispirazione didattica che sottostava alla prima stesura.
Le modifiche più forti sono evidenti nel
ridimensionamento delle indicazioni relative al secondo biennio:
|
Redazione
del 24-7-2002
|
Redazione
del 6-11-2002
|
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«Fatti,
personaggi, eventi ed istituzioni checaratterizzano dal punto di
vistadell’organizzazione economica, sociale,politica, culturale e religiosa:
le
grandi civiltà dell’Antico Vicino
Oriente,
le
popolazioni presenti sulle sponde
del
Mediterraneo e nella penisola
italica
in età preclassica,
la
civiltà greca dalle origini all’età
alessandrina,
la
civiltà romana dalle origini alla crisi dell’impero.
Origine
della religione cristiana
elementi
di peculiarità ed influenzasull’integrazione tra Romani e popolibarbari
Nascita
dell’Islam: caratteri distintivi dellaciviltà islamica e sua espansione.
Fatti,
personaggi, istituzioni caratterizzanti l’Europa medioevale fino al Mille».
|
«In
relazione al contesto fisico, sociale, economico, tecnologico, culturale e
religioso, scegliere fatti, personaggi esemplari evocativi di valori, eventi
ed istituzioni caratterizzanti:
La
maturità delle grandi civiltà dell’Antico Oriente (Mesopotamia, Egitto, India,
Cina),
le
civiltà fenicia e giudaica e delle popolazioni presenti nella penisola
italica in età preclassica,
la
civiltà greca dalle origini all’età alessandrina,
la
civiltà romana dalle origini alla crisi e alla dissoluzione dell’impero,
la
nascita della religione cristiana, le sue peculiarità e il suo sviluppo».
|
I cambiamenti più
evidenti sono:
· Fatti,
personaggi caratterizzanti sono diventati «fatti e personaggi esemplari
evocativi di valori»;
· l’Antico
Vicino Oriente si è allargato in Antico Oriente e si reclama la trattazione
delle civiltà dell’India e della Cina, con una riparazione rispetto
all’esclusione precedente;
· l’ampiezza
della indicazione «le popolazioni presenti sulle sponde del Mediterraneo» viene
delimitata in «le civiltà fenicie e giudaica»;
· si
elimina la formula così pretenziosa: «origine della religione cristiana.
Elementi di peculiarità ed influenza sull’integrazione tra Romani e popoli
barbari». Ma l’infelice e arretrata qualifica di «barbari» é spostata nelle
raccomandazioni.
· Si
delimita l’arco temporale alla fine dell’impero romano e non al Mille.
Cadono tutte le
indicazioni relative agli obiettivi di abilità formulati con attenzione
didattica e i riferimenti ai quadri di civiltà sono ridotti al seguente: «Individuare elementi di
contemporaneità, di sviluppo nel tempo e di durata nei quadri storici di civiltà studiati.»; dove il superfluo aggettivo “storici” sembra dettato dalla smania di
differenziare il linguaggio delle indicazioni (terza versione) da quello dei
programmi dell’85 e delle teorizzazioni didattiche conseguenti, troppo contaminante nella prima redazione.
Ma alcune di quelle
indicazioni ricompaiono nelle Raccomandazioni.
Ed è nel testo delle raccomandazioni che si possono leggere i riferimenti piú
utilizzabili per programmare sequenze di unità di apprendimento di quadri di
civiltà:
«Nel corso della Scuola Primaria la storia avvia i fanciulli
ad interrogarsi sui modi di vita degli uomini nelle diverse epoche, a
compararli a quelli attuali, bandendo
giudizi frettolosi e assoluti e riducendo progressivamente le spiegazioni
causali magiche, semplificatorie e stereotipate.
«L’insegnante sceglie quadri relativi alle prime società
organizzate e ne mette in evidenza le caratteristiche organizzative e sociali
rendendo l’allievo disponibile alla riflessione comparativa tra il passato e il
presente, senza mai dimenticare la componente spaziale e geografica».
«A partire dalla classe IV della Scuola Primaria si può avviare
uno studio più sistematico e cronologico
che introduca la distinzione tra l’avvenimento e la sua conoscenza, che
faccia riflettere sugli indicatori che definiscono un quadro di civiltà all’interno di un
contesto temporale e spaziale e che fornisca le prime coordinate concettuali
necessarie per comprendere i fenomeni che hanno scandito la storia dell’umanità».
«Può iniziare lo studio delle grandi civiltà che hanno
preceduto o accompagnato il dispiegarsi di quelle più significative per la
nostra tradizione, le civiltà greca e romana. Si tratta di introdurle
all’interno di un quadro complessivo che verrà via via completato, avendo cura di definire le categorie storiche di:
durata, periodo, mutamento, permanenza; esse offrono, infatti, la
possibilità di conoscere e coordinare gli elementi temporali di un sistema
politico (quanto dura, perché diventa così potente, perché decade). Alla
presentazione dei primi quadri
di civiltà, il docente, avendo cura
di sottolineare costantemente l’incidenza
del contesto temporale e spaziale, affiancherà l’introduzione di indicatori
come: le risorse del territorio e dell’ economia, l’organizzazione sociale e
politica, la cultura e la religione».
Conclusione. Il
testo piú recente mi sembra piú sensato per quanto riguarda l’inclusione di
alcune conoscenze, ma per la formulazione di altre e per il minore peso dato
alle indicazioni d’ordine didattico segna un’ulteriore regressione verso la
storia scolastica tradizionalmente intesa.
Tuttavia gli appigli
per l’interpretazione innovativa sia nei primi tre anni sia nell’ultimo biennio
ci sono e converrà usarli per volgerli in favore della formazione storica fatta
di competenze cognitive e di conoscenze significative, capaci di contribuire a
quegli elementi del «profilo terminale» cosi formulati: «…Orientarsi nello spazio
e nel tempo, operando confronti costruttivi fra realtà geografiche e storiche
diverse, per rendersi più consapevoli, da un lato, delle caratteristiche
specifiche della civiltà europea e, dall’altro, delle somiglianze e delle
differenze tra la nostra e le altre civiltà mondiali.…».
Pensare la nuova storia da
insegnare[3]
di Ivo Mattozzi
1 Una
crisi che si avvita ad un’altra crisi
A detta di storici
autorevoli pare che sia in atto una crisi della storiografia e secondo numerose
inchieste e dichiarazioni di docenti universitari pare che neppure la cultura
storica scolastica se la passi bene. Le due crisi appaiono indipendenti. Ma in
realtà la crisi della storiografia aggrava quella dell’insegnamento della
storia, nel senso che rende meno sicuri gli insegnanti e più sfiduciati gli
studenti, mentre la debolezza della formazione storica degli studenti
incoraggia a non dare credito alla storiografia. Sono persuaso che la soluzione
della crisi dell’insegnamento possa giovare anche al miglioramento della
storiografia.
È in corso (gennaio 2003) il
riordino dei cicli scolastici che comporta la revisione delle indicazioni di lavoro
per gli insegnanti. Potrebbe essere una buona occasione per riflettere sugli
effetti che la storiografia per studenti ha prodotto nella sua storia
bisecolare e fare ricerche sulle soluzioni alle due crisi anche sul terreno
della storiografia scolastica.
In tale prospettiva diventa
interessante analizzare ciò che riescono a pensare gli storici in merito alla
storia da insegnare e vedere l’approdo al quale gli anonimi esperti
ministeriali stanno conducendo gli insegnanti e gli editori. Si tratta di stabilire
un ordine del discorso e un piano delle argomentazioni che possa costruire una
logica e sensata risposta alla crisi della storia insegnata. Credo che
gioverebbe affrontare cinque compiti:
1 ricostruire
e analizzare la storia del concetto di “storia generale” e di storia generale
per le scuole;
2 ricostruire
e analizzare il costituirsi del modello di “storia generale” tradizionale;
3 analizzare
la struttura testuale della storia generale tradizionale e comprenderne la
rispondenza o l’incoerenza con gli scopi assegnati alla formazione storica e
con le capacità degli alunni;
4 analizzare
gli effetti che la storia generale scolastica ha prodotto nella formazione
della cultura storica delle generazioni di studenti che l’hanno studiata;
5 analizzare
le alternative che la storiografia produce al modello di storia generale
tradizionale e valutare se sono più confacenti agli scopi della formazione
storica.
Ma c’è una sesta condizione
imprescindibile: trattandosi di storia generale scolastica, occorrerebbe che
tali ricerche si intersecassero con quelle sui processi di apprendimento dei
bambini e degli adolescenti e con le possibilità di trasposizione didattica
ottimale dei modelli testuali prodotti dalla storiografia. Da tale punto di
vista potrebbe giovare sapere quali sono le pratiche di insegnamento diverse da
quelle trasmissive e quali i loro esiti sulla formazione storica degli alunni.
Mi pare che nessuno di tali
compiti sia assunto dagli storici e la discussione e le opzioni vengono affrontate
e proposte sulla scorta di impressioni, di luoghi comuni, di stereotipi, mai
sulla base di ricerche e di riflessioni sistematiche.
2. La salvezza nell’assetto storiografico
di sempre?
All’inizio del 2001 le
proposte di nuovi indirizzi per la storia scolastica elaborate in seno alla
commissione di studio per il riordino dei cicli di istruzione costituita dal
ministro Tullio De Mauro hanno diviso il campo degli storici accademici in due
fazioni: la prima costituita da 33 storici polemici contro le novità proposte,
in nome della salvaguardia degli studi storici così come tradizionalmente si
sono configurati; la seconda formata da altri cinquanta storici difensori delle
proposte.[4]
Nella seconda metà del 2002
sono state pubblicate le indicazioni per i piani di studio per la scuola
primaria e secondaria di primo grado, mentre sono in gestazione le indicazioni
per i licei della scuola riordinata secondo le volontà del ministro Letizia
Brichetto Moratti. Le indicazioni note mostrano che hanno prevalso le posizioni
dei 33 storici almeno per la richiesta che il tempo scolastico fosse riempito
da due cicli di storia cronologicamente strutturata. Ma finora non ci sono
reazioni di storici.
Per concepire in modo nuovo
la storia da insegnare è, perciò, un esercizio fecondo il ponderare gli
argomenti dei sostenitori della ripetizione ciclica del sistema di storia generale
cronologico-lineare eurocentrata. Le questioni implicate dalla loro polemica
sono numerose e interconnesse.
Vediamo quali erano le
preoccupazioni e le preferenze del gruppo dei 33 storici e come le hanno
accolto e interpretato gli estensori delle indicazioni ministeriali. Ci
concentriamo solo sulla configurazione della storia da insegnare lasciando da
parte - deliberatamente in questa occasione - ogni commento sulle questioni
didattiche.
La prima contestazione
riguardava la organizzazione dei cicli di studio della storia. La proposta
formulata nella bozza della commissione De Mauro teneva conto delle innovazioni
dell’architettura dell’ordinamento e proponeva un percorso di studio a tre
segmenti: un primo ciclo di studio della storia sottoforma di “quadri di
società” in funzione della costruzione di un primo sapere storico elementare e
di concettualizzazioni e periodizzazioni basiche, un secondo ciclo come storia
generale sistematica, un terzo ciclo di studi in cui costruire la conoscenza
storica per temi e problemi. L’intenzione dei promotori era di segnare una via
alla storia degli storici attraverso la costruzione di reti di conoscenze
diversamente configurate ma tra loro interrelate in modo da rendere gli
studenti di ciclo in ciclo più motivati e più dotati delle conoscenze e
abilità. La proposta rompeva con la tradizione accolta specialmente
dall’editoria scolastica che propone la
“storia generale” con la medesima struttura a ciascun livello (pur in contrasto
con le indicazioni programmatiche vigenti). Ma un’altra novità dirompente era
la proposta di formare una coscienza storica che riguardasse tutto il mondo
(non solo l’Europa e l’Italia) con l’inclusione di conoscenze riguardanti
civiltà e popoli di altri continenti nel canone scolastico.
La proposta ha incontrato
l’opposizione vigorosa (e sostenuta dai grandi quotidiani) dei 33 storici già
evocati. Li definirò “tradizionalisti” per la loro fiducia nella qualità e
potenzialità formativa della storia strutturata secondo le modalità affermatesi
nel corso dell’800 e del primo ‘900.[5] I
contestatori rivendicavano «la necessità di introdurre due percorsi di studio …
ognuno di cinque anni».
I bersagli colpiti con
maggiore energia erano due:
1 la
perdita della strutturazione cronologica nella fase alta degli studi storici e
la riduzione a tre anni del corso di studio storico superiore;
2 «la
visione mondiale dello sviluppo storico», poiché sembrava pregiudicare la
«piena valorizzazione dell’identità culturale italiana ed europea» e appiattire
«le diversità di valori e di conquiste civili».[6]
Sei dei 33 storici proposero
anche l’alternativa di un «progetto per l’insegnamento della storia».[7]
Analizzarlo ci porta al cuore del pensiero degli storici “tradizionalisti”
sulla storia scolastica.
Essi si sono limitati (credo per la
strettezza dei tempi) a indicare semplicemente gli archi cronologici pertinenti
a ciascuna classe, senza specificare le tematizzazioni interne. Ma la
periodizzazione e le dichiarazioni presenti nel documento dei 33 autorizzano a
pensare che i temi riguarderebbero la storia politica europea. I consigli
d’ordine didattico rendono chiari i cardini del sistema di conoscenze proposto
per gli alunni da 8 a 14 anni:
Innanzitutto la fiducia nella linearità
cronologica come asse portante della costruzione del sapere storico da imporre
fin dai primi passi: «A partire dal III anno
inizia il percorso storico quinquennale della scuola di base. Esso è scandito
cronologicamente in senso diacronico. Ciò permette di non considerare il
passato come caotico e indistinto insieme di fatti e di personaggi…»
Poi la struttura narrativa
come privilegiata forma discorsiva: «privilegiare la narrazione nelle sue
diverse forme».
Infine i personaggi come elemento di suggestione: «… focalizzare
l’attenzione su personaggi e sul loro agire in un certo tempo e nel contesto di
una determinata società».
Il
modello, come prioritario modo di costruire la conoscenza del passato, viene
riproposto per il secondo ciclo anche agli adolescenti da 14 a 18 anni con la
fiducia che sia la variazione della densità dei fatti e della profondità
concettuale a rendere ancora interessante e formativa la ripetizione delle conoscenze
già studiate: «La ripresa dello studio della storia in un nuovo ciclo
quinquennale non ha assolutamente carattere di ripetitività, ma si configura
come proposta di approfondimento, secondo un modello di apprendimento non già
cumulativo, ma “a spirale”». Questo è quello che accade da decenni e decenni
nel sistema scolastico italiano e i risultati sono stati deludenti finora.
Gli
storici “tradizionalisti” si sono sintonizzati con il “senso comune
storiografico” ed hanno avuto una forza d’urto che ha pesato molto
nell’opinione pubblica grazie al sostegno della grande stampa che non ha dato
il medesimo rilievo alle posizione degli storici “possibilisti”. La loro
influenza si è estesa anche sulla commissione che ha elaborato le indicazioni per
i piani di studio volute dal nuovo ministero. E probabilmente alcuni di loro
sono tra gli estensori dei documenti ministeriali.
Dal 24 dicembre 2002 sono disponibili le
indicazioni per la scuola media che completano quelle per la scuola elementare
pubblicate in tre redazioni dal luglio al novembre. Che cosa indicano in merito
alle conoscenze e alla loro strutturazione?
Ripartiscono la storia generale dalle
origini della Terra (sic! come se la trattazione fosse pertinente allo storico,
che, come si sa, è come un orco sensibile solo alla carne umana) al decennio
settanta del ‘900 tra scuola elementare e scuola media: alla prima ne assegnano
lo svolgimento fino alla caduta dell’impero romano; alla seconda il resto.
Come si può vedere a colpo d’occhio,
quattro sono i cardini del sistema di conoscenze raccomandato:
1 le
indicazioni si sforzano di condensare in grandi categorie (ad esempio, “la
civiltà europea dopo il Mille…”), in processi di lungo periodo (ad esempio, «
l’apertura dell’Europa ad un sistema mondiale di relazioni: la scoperta
dell’«altro» e le sue conseguenze»), in grandi eventi, la minutaglia di fatti
storiografici trattati sul breve periodo in un qualunque manuale di scuola
secondaria precedente l’istituzione della scuola media unica. Ma l’invito della
premessa a far conoscere «fatti, personaggi, eventi ed istituzioni
caratterizzanti» il periodo o la civiltà o l’evento costituisce il varco
attraverso il quale quella minutaglia rientrerà nella manualistica;
2 l’accento
cade ancora esclusivamente sulla storia politica, istituzionale e culturale;
3 la
storia riguarda esclusivamente l’Europa (non valgono a contrastare
l’eurocentrismo i rari episodi di riferimento all’orizzonte mondiale);
4 poiché
c’è una sola serie di fatti, è facile allinearli lungo l’asse cronologico,
sicché la struttura organizzativa è la solita, cronologico-lineare.
Si tratta di un arretramento verso
l’impostazione tradizionale, rispetto sia ai programmi del 1985 per la scuola
elementare, che erano molto innovativi, sia a quelli del 1979 per la scuola
media che non assegnavano liste di conoscenze, ma solo periodizzazioni.
Le indicazioni per i licei sono in
gestazione ma possiamo immaginare che non si discosteranno da una struttura
analoga e che ribadiranno la primazia dell’ordinamento cronologico e
l’esclusività del passato europeo in conformità delle posizioni degli storici
“tradizionalisti”.
Tutto bene, dunque? La linea cronologica è
salvaguardata, l’eurocentrismo è riaffermato, e la storia politico-istituzionale
è ancora ritenuta la sostanza primigenia del sapere storico. Il corso di storia
generale viene studiato per due quinquenni dagli studenti che completeranno il
percorso di studi. Dopo il «nessun dorma» di Giovanni Vitolo[8],
possiamo finalmente dormire sonni tranquilli sulle sorti della formazione
storica delle giovani generazioni?
3. La storia (generale tradizionale), cattiva maestra
Da molti anni ho valutato la formazione
storica della maggioranza degli studenti indecentemente carente qualunque
indicatore si voglia usare: quello delle conoscenze possedute, della capacità
di dominio temporale e cronologico, quello del significato attribuito alla
conoscenza storica, quello dell’adeguatezza delle conoscenze scolastiche alla
qualità delle conoscenze della storiografia esperta, quello dell’uso delle
conoscenze e del metodo d’analisi storica, quello delle concettualizzazioni,
quello della concezione della storia. La mia insoddisfazione mi ha indotto a
individuare nella struttura della storiografia scolastica e nell’insegnamento
che vi si conforma le origini della crescente fuga dalla storia e della
scadente preparazione degli studenti e … degli insegnanti. Sui difetti della
formazione storica degli studenti ci sono molte inchieste e le dichiarazioni
degli storici che insegnano nei corsi universitari. È una diagnosi che dovrebbe
costituire il punto di partenza e l’ancoraggio di qualunque ragionamento e di
qualunque valutazione della storia insegnata. Ma in genere essa è dimenticata
per poter sognare una scuola virtuosa dove la storia produceva tutti gli
effetti formativi che ad essa si attribuiscono. Tale scuola non è mai esistita.
Ma si favoleggia che nel passato sia esistita, ad esempio nei licei classici d’antan.
La storia generale tradizionale produce
negli studenti un senso di noia, produce un senso comune e stereotipi che
restano saldi anche quando si diventa esperti di qualche campo di ricerca,
produce una pessima concettualizzazione di storia, produce un senso di
completezza della conoscenza che non induce a cercare nuove conoscenze.
No, la storia generale scolastica cara
agli storici “tradizionalisti” non è stata mai e non può essere capace di
produrre cultura storica. Essa è una cattiva maestra e alle sue cattive azioni
bisogna porre rimedio con storia di altro tipo.
4. La formazione della cultura storica
Che cosa gli storici tradizionalisti
vorrebbero che producesse lo studio della storia generale nella mente degli
studenti? Rintracciamo le loro aspettative nelle loro dichiarazioni e progetti
e indicazioni.
Per quanto riguarda i
bambini sono tre le attese:
1. che «la
presa di coscienza della differenza tra la narrazione mitica e quella storica
[li] introduca alla spiegazione dei fatti, con la quale si evidenziano i
nessi causali e le reti di connessione».
2. che gli
allievi sviluppino «la consapevolezza del metodo di ricerca storica, anche con
interventi mirati a far comprendere cosa siano l’acquisizione e la selezione
dei documenti nonché la costruzione di ipotesi esplicative».
3. che siano capaci di
fare «domande di confronto con il presente».
Dai giovani si pensa di ottenere
1 che sappiano apprezzare «la complessità e la
problematicità del dato storico, sviluppando la criticità intesa come capacità
di giudizio personale» e
2 «la consapevolezza delle radici storiche del
presente».
3 lo sviluppo della concettualizzazione, che
consente di porre i nessi tipici dell’analisi storica.
4 che accedano al piano delle interpretazioni
storiografiche, sviluppando la consapevolezza della diversità degli approcci
storici.
5 la capacità di lettura di opere storiografiche
particolarmente significative e
6 l’uso critico delle varie forme di informazione.
Le indicazioni ministeriali vorrebbero che
gli alunni uscissero dalla scuola media con competenze metodologiche, con la
capacità di utilizzare la periodizzazione ed altri organizzatori temporali, la
capacità di scoprire specifiche radici storiche medievali e moderne nella
realtà locale e regionale, di «approfondire le dimensioni e le risonanze locali
di fenomeni ed eventi di interesse e portata nazionale e sovranazionale», di
«distinguere tra svolgimento storico, microstorie e storie settoriali
o tematiche» [confesso che questa distinzione è incomprensibile per me], di
«identificare in una narrazione storica problemi cui rispondere adoperando gli
strumenti della storiografia», di «distinguere tra storia locale, regionale,
nazionale, europea, mondiale, e coglierne le connessioni, nonché le principali
differenze (anche di scrittura
narrativa)», di «usare il passato per rendere comprensibile il presente e
comprendere che domande poste dal presente al futuro trovano la loro radice
nella conoscenza del passato», di «comprendere le notizie principali (di
giornali e telegiornali), utilizzando i nessi storici fondamentali necessari
per inquadrarle o sapendo dove andare a reperirli».
Non opporrò a questo complesso di elementi
la mia idea di cultura storica, così come l’ho definita e argomentata in altri
scritti.[9] Anche
se considero tali elementi insufficienti ed espressi con imprecisione, li posso
condividere e faccio conto che delineino un profilo accettabile di un giovane
colto storicamente. Ma allora il punto diventa il seguente: se la storia
generale “tradizionale” sia adeguata a plasmarlo. Come fa lo studente ad
apprendere la «criticità» (qualunque cosa essa voglia dire) studiando una
storia generale che per inevitabile portato della sua struttura ha come
contrassegno di essere asseverativa, in quanto occulta la personalità dello
storico che la costruisce e le incertezze della ricostruzione? Come fa a
comprendere i «nessi causali» e le «reti di connessione» e a formulare «ipotesi
esplicative» un bambino che studia prima le idiozie senza capo né coda dei
sussidiari, poi le ricostruzioni insignificanti e mal argomentate della storia
generale “tradizionale” quale è quella presente nella maggior parte dei manuali
di scuola media? Come fa a identificare problemi se la storia generale
tradizionale esclude la costruzione di problemi storici? Come diventa capace di
fare «domande di confronto con il presente» e di costruire la «consapevolezza
delle radici storiche del presente», se il rispetto della linearità cronologica
inibisce dal muovere dalla conoscenza del presente nell’avventura conoscitiva
del passato e se al presente non si arriva neanche alla fine del corso di
studi? Inoltre, oggi il «presente», quello che bambini e studenti possono
percepire e intuire dai mass media, ha una dimensione mondiale, i problemi sono
quelli di un mondo in cui l’Europa è interconnessa con tutti gli altri paesi e
le radici di quei problemi sono nei rapporti (di dominio, di conflitto, di
scambi, di acculturazione…) tra le diverse parti del globo come si sono
sviluppati storicamente: dunque, come possono gli studenti «usare il passato
per rendere comprensibile il presente e comprendere che domande poste dal
presente al futuro trovano la loro radice nella conoscenza del passato», se
vengono privati delle conoscenze storiche che possono essere costruite a scala
mondiale? Come possono «comprendere che domande poste dal presente al futuro
trovano la loro radice nella conoscenza del passato», se lo scenario mondiale è
stato sacrificato sull’altare dell’euroesclusivismo? Come «distinguere tra storia locale,
regionale, nazionale, europea, mondiale, e coglierne le connessioni, nonché le
principali differenze (anche di
scrittura narrativa)», se l’organismo delle conoscenze apprese non include né conoscenze di storia
mondiale né conoscenze di storia a scala locale? Come può la storia generale
“tradizionale” insegnare a «utilizzare, in modo pertinente, gli aspetti
essenziali della periodizzazione e organizzatori temporali tipo ciclo,
congiuntura, accelerazione, stasi…», se la narrazione canonica non riesce a far
uso denso delle periodizzazioni e delle diverse temporalità e se esclude le
tematiche nella trattazione delle quali esse riescono strumenti interpretativi
più congrui?
Come può svilupparsi «la concettualizzazione, che consenta di
porre i nessi tipici dell’analisi storica», se la cavalcata lungo i secoli
della narrazione linearcronologica non sopporta gli intervalli necessari per
costruire argomentazioni e se la fissazione sulla storia europea esclude
concettualizzazioni importanti legate alla tematizzazione di storie di altre
aree geografiche e di storie a scala mondiale?
I quotidiani e i servizi televisivi di
informazione mettono al centro dell’attenzione i problemi del mondo
globalizzato, i problemi dell’acculturazione, i problemi del conflitto e dello
scambio tra paesi europei e paesi di altri continenti, i conflitti etnici e
religiosi, le situazioni di dominio e di scambio economico ineguale, i problemi
dello sviluppo e del sottosviluppo, …. A tal proposito le indicazioni presumono
che gli studenti possano «comprendere le notizie principali, utilizzando i
nessi storici fondamentali necessari per inquadrarle o sapendo dove andare a
reperirli». Ma come possono conseguire tale capacità, come riescono a
utilizzare «i nessi storici fondamentali necessari per inquadrarle [le notizie
di un quotidiano o di un telegiornale]», se dal repertorio delle loro
conoscenze è assente qualunque riferimento efficace alla storia di altri mondi al
di fuori dell’Europa?
Mi rammarico della noia che provoco nel
lettore con una serqua di domande retoriche. Ma spero che l’insistenza faccia
emergere che sono queste le contraddizioni cui porta l’affezione alla storia
generale “tradizionale”.
[1]. Il
presente contributo è apparso in “Cooperazione educativa” rivista
del Movimento di Cooperazione educativa, n. 5, 2002. Esso riguarda le
«Indicazioni» nella versione del 24-07-2002; seguono le postille sulla versione
del 6-11-2002.
. I. Mattozzi (a cura di), Un curricolo per la storia.
Proposte teoriche e resoconti di esperienze, Cappelli (Nicola Milano),
Bologna 1990. Id., Storia. Educazione temporale nella scuola elementare,
Progetto di aggiornamento a distanza, Irrsae
Lombardia, Milano 1991. Associazione Clio ‘92 (a cura di), Oltre la solita
storia. Nuovi orizzonti curricolari, Polaris editrice, Faenza 2000, con
articoli di A. Brusa, M. Gusso, I. Mattozzi, F. Marostica, G. Ghidotti, G.
Brioni, M. T. Rabitti, C. Grazioli.
. Estratti da un articolo pubblicato in “Società e storia” n. 98 (annata 2002).
[7]. Giovanni Vitolo, Girolamo Arnaldi, Piero Bevilacqua,
Massimo Firpo, Cosimo Damiano Fonseca, Nicola Tranfaglia, Progetto per l’insegnamento della storia nella
scuola di base e in quella superiore.
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