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Libro bianco |
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Forum delle associazioni disciplinari della scuola
“Indicazioni nazionali” e “profili educativi”
pareri
e commenti delle associazioni disciplinari sui documenti ministeriali per il
primo ciclo dell’istruzione
Bologna
novembre 2003
***
ITALIANO
GISCEL
- Gruppo di intervento e studio nel campo dell'educazione linguistica,
costituito nell'ambito della Società di Linguistica Italiana
L’educazione linguistica tra tabelle di obiettivi e piani di studio
personalizzati
di Cristina Lavinio
Il GISCEL,
associazione che ha in atto col ministero dell’istruzione un Protocollo
d’intesa per attività di ricerca e formazione didattica, non è stato richiesto
della formulazione di un parere. In assenza di un documento ufficiale
riproduciamo, per gentile concessione, una rticolo della Segretaria nazionale
dell’associazione, comparso su “Università e scuola” a. VII, n.2/R, 2002.
L'articolo, scritto in un momento in cui le Indicazioni per la scuola media
non erano ancora disponibili, riguarda la sola scuola elementare.
Se
non ci fosse da essere molto, ma molto, preoccupati per le sorti della nostra
scuola, potremmo persino trovare divertente leggere le Indicazioni Nazionali
per i Piani di Studio Personalizzati nella Scuola Primaria. E sarebbe
facile, a partire da questa lettura, estrapolarne una lista molto lunga di
citazioni, sì da costituire un enorme stupidario, sintomo di confusione (ad
essere generosi) o di conoscenza superficiale, solo orecchiata, di discipline
per le quali si individuano gli “obiettivi specifici di apprendimento” da
tenere presenti “per mantenere l’unità del sistema educativo nazionale di
istruzione e formazione”. Si tratta di obiettivi prescrittivi o vincolanti, più
volte ribaditi come tali benché, qua e là, con qualche attenuazione
contraddittoria.
Ma
andiamo con ordine, riservandoci di citare in seguito qualcuna delle perle più
evidenti[1],
che sono solo il corollario di un disegno i cui presupposti generali sono ben
più gravi e che rischia, come da più
parti si è denunciato, di riportare indietro di almeno cinquant’anni la scuola
italiana. Consideriamo qui il profilo dell’educazione linguistica emergente
soprattutto dalle suddette indicazioni per la scuola primaria che, corredate
dalle relative raccomandazioni[2],
accompagnano in allegato il D.M. n. 100 del 18.9.2002, cioè il Decreto di
attuazione del Progetto Nazionale di Sperimentazione[3].
1. Presentazione
discorsiva e disposizione tabellare degli obiettivi
Le
“indicazioni” per la scuola primaria sono aperte da una corposa e pomposa parte
discorsiva in cui vengono esposte innanzitutto le ragioni “culturali”,
“gnoseologiche ed epistemologiche”, “etiche” e “psicologiche” che inducono a
chiamare “primaria” la vecchia scuola elementare; si passa quindi agli
obiettivi generali del processo formativo e agli obiettivi specifici (ma
nazionali) di apprendimento. Questi ultimi si pongono/impongono come il punto
di riferimento comune per la confezione
dei “piani di studio personalizzati”, che dovrebbero essere invece a carico
delle generiche, se non misteriose, “determinazioni professionali delle
istituzioni scolastiche” oltre che, ovviamente, dei singoli docenti. Dopo un
paragrafo dedicato al “Portfolio delle competenze individuali dell’alunno” e un
accenno a “vincoli e risorse”, si presentano in tabelle di due colonne,
disciplina per disciplina[4],
gli obiettivi specifici di apprendimento che, non ci vuole molto a capirlo,
costituiscono la preoccupazione principale del documento[5].
Sono differenziati, inoltre, tenendo conto di tre tappe distinte entro cui
conseguirli: il primo anno, il secondo e terzo (primo biennio), il quarto e
quinto (secondo biennio) della Scuola Primaria.
Gli
obiettivi specifici della colonna a sinistra delle tabelle sarebbero, come
ricaviamo anche dalle “raccomandazioni”, relativi al ‘sapere’, cioè alle
conoscenze irrinunciabili, quelli della colonna a destra relativi al ‘saper
fare’, cioè alle abilità.
Ma
un semplice sguardo ai contenuti di queste colonne fa venire molti dubbi sulla
chiarezza dei criteri con cui si è proceduto a tali distinzioni: si tratta
piuttosto di due elenchi in cui sembra regnare il caos più totale. E’ come se
fossero nati dal rimescolamento fortuito di schegge impazzite prelevate (quando non si tratta di pesanti aggiunte
‘inedite’) da precedenti documenti provvisti di ben maggiore senso e coerenza.
Mi riferisco in particolare alle Indicazioni curricolari per la scuola di
base formulate dalla “Commissione per il riordino dei cicli” nominata dal
Ministro De Mauro, chiamando a farne parte esperti e operatori scolastici,
rappresentanti di associazioni e dei genitori,
ecc. e che era riuscita, seppure con tutte le mediazioni del caso (tenuto
conto della sua composizione ampia e non di parte) a formulare un testo
perfettibile, sì, ma non così grottesco. Di quella Commissione facevano parte –
ed è opportuno ricordarlo – anche i vari Bertagna che possono essere
considerati i corresponsabili primi di questa (contro)riforma morattiana, che a
parole ha azzerato tutto il lavoro precedente, tranne che ripescarne frammenti
più o meno estesi qua e là, calandoli in un contesto in cui perdono, se non
tutto, moltissimo del loro senso originario.
Il
disorientamento che si prova nel guardare alle due tabelle, dove ci
aspetteremmo di trovare veramente (dato che ciò è dichiarato) da una parte
conoscenze, dall’altra abilità, trova una qualche spiegazione nel fatto che,
come scopriamo leggendo le “raccomandazioni”, le abilità vengono concepite in
maniera inconsueta: non sarebbero che “il sapere che accompagna il fare
qualcosa con perizia”. Le abilità sono esse stesse, dunque, un sapere. Si
riferiscono – leggiamo – al saper fare: non solo al fare, ma “al sapere le
ragioni e le procedure di questo fare”: definizione stramba e strabica che, per
esempio, indurrebbe a pensare che per saper andare in bicicletta (un saper
fare, sino a prova contraria) occorra sapere tutto sull’equilibrio e su come è
fatta una bicicletta. Oppure che, nell’uso di una lingua, non esistano abilità
orali prima di sapere come funziona la comunicazione orale, quali sono gli
elementi che la caratterizzano. Sarà forse perciò che la prima conoscenza in
assoluto ad essere inventariata per la prima classe è la “comunicazione orale”.
Ma sbaglia chi potrebbe aspettarsi, a questo punto, cose come destinatario,
contesto ecc. Citando più estesamente questo obiettivo, leggiamo invece
“Comunicazione orale: concordanze (genere, numero), tratti prosodici (pausa,
durata, accento, intonazione); la frase e la sua funzione in contesti
comunicativi (affermativa, negativa, interrogativa, esclamativa)”, in un
guazzabuglio in cui, a ben vedere, più che la comunicazione interessano alcuni
fatti grammaticali che i “fanciulli”[6][7]
da subito. E in attesa che le quattro abilità (ascoltare, parlare, leggere e
scrivere) emergano più decisamente nel secondo biennio della primaria. Solo a
quel punto, infatti, gli obiettivi saranno ripartiti e ascritti alle diverse
abilità di base; seguite però da una lunga lista di “abilità grammaticali”
terminologicamente inedite, ma ampiamente coincidenti con gli esercizi di cui
abbondano da sempre i libri scolastici di grammatica.
2. Dai piani di studio
al Profilo
Ma
facciamo ancora uno sforzo per scovare la logica che presiede alla definizione
degli obiettivi specifici di apprendimento. Ci si avverte “che l’ordine
epistemologico di presentazione delle conoscenze e delle abilità […] non va
confuso con il loro ordine di svolgimento psicologico e didattico con gli
allievi”. Dunque ci sarebbe un “ordine epistemologico” (benché, come si è già
intravisto, tale epistemologia sia poco
rigorosa nella sua fondatezza teorica), valido “solo per i docenti” e teso a
disegnare “una mappa culturale, semantica e sintattica”, da padroneggiare nei
dettagli e tradurre in azione didattica. Dove? Lungo il curricolo, si potrebbe
dire. No, è meglio evitare la natura intimamente eversiva della Programmazione curricolare così come dei
Programmi, dato che essi inducevano, nel trasferimento dal ‘nazionale’ al
‘locale’, ad essere “trasgressivi”, “disobbedendo” (sic!)[8]
alle loro indicazioni[9].
Si passa invece ai piani di studio personalizzati che, anno per anno,
dovrebbero portare lo studente, alla fine del primo ciclo, e cioè a 14 anni, a
condividere i tratti essenziali del Profilo educativo, culturale e
professionale[10]
stabilito dal Ministero.
In
questo Profilo troviamo peraltro – è onesto dirlo – delle cose piuttosto
sensate, almeno quanto alle abilità linguistiche elencate sotto il titolo di
“strumenti culturali per leggere e governare l’esperienza” (anche se collocate
dopo le abilità che confluiscono nelle competenze utili a “svolgere funzioni di
giuria ed arbitraggio nelle discipline sportive di base”). Ma sarebbe stato
altrettanto onesto dichiarare che si tratta di una messe di obiettivi
saccheggiati a piene mani dalle “indicazioni curricolari” formulate dalla
Commissione demauriana. Solo che, anche qui, lo zampino dell’attuale temperie
ha lasciato il segno, precisando ed evidenziando in due belle parentesi
centrali che si tratta di dare rilievo soprattutto alle vecchie “analisi
grammaticale” e “analisi logica”, senza rendersi conto che esse sono lontane
dall’essere state espunte dalla scuola e dai libri di testo[11]
e che andrebbero invece ricondotte a maggiore sensatezza, come suggerivano
implicitamente i programmi per la scuola elementare del 1985, assorbendole
nell’ambito delle ‘riflessioni sulla lingua’.
Del
resto, affermare, come si è sempre fatto negli ultimi decenni, che nello
sviluppo linguistico il saper fare viene prima del sapere metalinguistico, non
ha mai significato espungere la grammatica. Non a caso, nello stesso documento
di sintesi dei lavori della Commissione suddetta, dopo avere dichiarato la
preminenza, più che opportuna con bambini dai 6 ai 10 anni, dell’educazione
agli usi della lingua, inclusi quelli creativi e letterari (e dunque
educazione al parlato e all’ascolto, al leggere e allo scrivere), si dava poi
ampio spazio a una riflessione sulla lingua tesa a “costruire la capacità di
guardare alla lingua come a un oggetto degno di attenzione e analisi; costruire
una mentalità problematica e un atteggiamento scientifico nell’analisi di
fenomeni linguistici e testuali; dare consapevolezza delle principali funzioni
e strutture della lingua; contribuire allo sviluppo delle abilità linguistiche
nei loro aspetti più complessi e consapevoli ecc.”. Dentro queste affermazioni,
che venivano supportate da obiettivi di apprendimento (ma da conseguire tra il
terzo e il quinto anno) come “conoscere le parti del discorso, modi e tempi
verbali; essere consapevoli della centralità del verbo nelle frasi e saper
distinguere predicati che esprimono la caratteristica di un soggetto e
predicati che mettono in relazione il soggetto con altri elementi ecc.”, c’era
già moltissima grammatica, ma da fare e costruire a scuola in modo ragionevole[12]
e tenendo conto delle capacità cognitive dei bambini. E’ sconfortante vedere
che cosa questo progetto è diventato oggi nei documenti ministeriali, che con
la loro confusione sembrano rispecchiare e alimentare la confusione in cui si
trova l’intero mondo della scuola.
3. L’educazione
linguistica mortificata
Certo,
si dirà, l’educazione linguistica così come
è stata definita in decenni di
riflessione teorica, ricerca-didattica e di dibattito, recepita nelle
sue linee
portanti in testi ufficiali e istituzionali come i Programmi della
scuola media
del 1979, quelli della scuola elementare del 1985, più tardi
nei programmi Brocca ecc., con tutta la sua
trasversalità e centralità, difficilmente può
essere liquidata. Del resto, anche i documenti allegati al D.M.
n.100, non fanno che ribadirne l’importanza e
centralità, se da subito leggiamo che la scuola primaria
“promuove nei
fanciulli e nelle fanciulle l’acquisizione di tutti i tipi di
linguaggio”[13].
E continuiamo a trovare, ovviamente, obiettivi di educazione linguistica
disseminati tra le varie discipline, sia quando si riferiscano, più o meno
tangenzialmente, a linguaggi specifici
(es.: i grafici, le carte fisiche e tematiche della geografia, da
imparare a leggere; così, come le immagini, i gesti, i colori per “arte e
immagine”, i suoni per la musica, la videoscrittura per “tecnologia e
informatica”), sia quando, soprattutto nella colonna delle abilità, troviamo
una serie di indicazioni relative a cose che si devono fare passando per l’uso
della lingua (i vari descrivere, ragionare ecc., molto frequenti
soprattutto per scienze da una parte e matematica dall'altra), senza trascurare
di inserire in qualche caso i riferimenti alle terminologie delle discipline
(per esempio, tra le abilità indicate per la storia nel secondo biennio,
troviamo “conoscere e usare termini specifici del linguaggio disciplinare”). Né
manca ovviamente, la “lingua straniera”, che si inserisce a pieno titolo entro
un’educazione linguistica intesa come educazione alla gestione di più lingue e
linguaggi. La presenza di una lingua diversa dall’italiano a partire dal primo
anno della scuola primaria non è del resto una novità assoluta[14],
dato che era prevista già nel riordino dei cicli precedentemente programmato.
Solo che qui essa coincide sempre e solo con l’inglese (una delle tre i della
propaganda berlusconiana sulla scuola), mentre sarebbe stato più sensato
mantenere la possibilità di introdurre anche altre lingue europee in
alternativa all’inglese.
Si
afferma a un certo punto, nelle “Indicazioni”, che dovrebbe essere privilegiata
“ove possibile, la coltivazione dell’eventuale lingua madre che fosse diversa
dall’italiano” (un residuo per l’attenzione alle lingue, anche extra-
comunitarie, presente in documenti prodotti durante il Ministero De Mauro), ma la cosa non è affatto
sviluppata e si è ben lontani dal sottolineare che, in una scuola che vede
ormai la presenza di un numero molto alto di alunni provenienti da famiglie di
immigrati, lo stesso italiano è sempre più una lingua di contatto. Considerarlo
tale comporterebbe del resto minare alle basi le preoccupazioni più evidenti
che hanno guidato la definizione dell’elenco degli obiettivi specifici di
apprendimento.
Insomma,
per quanto una lettura estesa degli allegati permetta di scoprire che
contengono qua e là numerose aperture nelle direzioni più varie, è più che
fondata l’impressione di un loro notevole e progressivo riduzionismo:
l’educazione linguistica si riduce all’italiano (e all’inglese), l’italiano si
riduce a obiettivi metalinguistici, teorizzati come sempre indispensabili anche
per lo sviluppo delle abilità. E si tratta in fondo della riproposizione di
forti preoccupazioni ortografiche e grammaticali, per quanto ammantate di una
terminologia linguistica aggiornata, ma usata in modo confuso e improprio.
4. Obiettivi di
italiano: tra distorsioni e sciocchezze
Resta
ora lo spazio per fare solo qualche esempio. Nel primo anno, si indicano tra gli obiettivi della prima
colonna (le conoscenze) “alcune convenzioni di scrittura: corrispondenza tra
fonema e grafema, raddoppiamento consonantico, accento, parole tronche,
elisione, troncamento, scansione in sillabe”. Non è che l’ortografia rivestita
di inesattezze, dato che, si può obiettare, non è detto che ci sia sempre una
sistematica corrispondenza biunivoca tra fonema e grafema, come la formulazione
potrebbe indurre a far pensare[15].
Anche se poi scopriamo che, per le classi seconda e terza, più esplicitamente,
sono riprese le “convenzioni ortografiche (accento monosillabi, elisione,
scansione nessi consonantici, uso della lettera “h”, esclamazioni,
sovrabbondanza di gruppi di grafemi…)”. Tra le conoscenze da possedere alla
fine della Scuola primaria compare la “punteggiatura”, collocata, come accadeva
un tempo nella peggiori grammatichette scolastiche, in corrispondenza del “livello fonologico”[16].
Di punteggiatura si parla comunque anche per gli anni precedenti: per il primo
anno sono citati i segni di punteggiatura ‘forte’, tra cui la virgola (!?); e per il primo biennio i
“segni di punteggiatura debole[17]
e del discorso diretto all’interno di una comunicazione orale (sic!) e
di un testo scritto”.
Analogamente,
molto ci sarebbe da ridire su quelle antinomie che, per ben due volte
(dunque non si tratta di un refuso) vengono citate al posto delle antonimie,
laddove si elencano, tra le conoscenze da conseguire nel primo biennio, le
“relazioni di connessione lessicale, polisemia, iper/iponimia, antinomia fra
parole sulla base dei contesti” e, tra le conoscenze per il secondo biennio, le
“relazioni di significato fra parole (sinonimia, iper/iponimia, antinomia,
parafrasi), in rapporto alla varietà linguistica: lingua nazionale e dialetti,
scritto e orale, informale e formale”. Ammesso e non concesso che si tratti di
conoscenze da fornire ai poveri “fanciulli”, ci si aspetterebbe per lo meno che
le relazioni di antonimia (cioè tra parole di significato contrario,
come amico/nemico, caldo/freddo ecc.) non venissero confuse con
le antinomie, cioè con le contraddizioni logiche. E troppo lungo sarebbe
soffermarsi sulla farraginosità delle formulazioni suddette (per esempio, che
differenza c’è tra la sinonimia e la parafrasi, se si citano ambedue come
“relazioni di significato tra parole”?[18]).
Insomma,
è inutile perdere tempo a commentare un insopportabile pasticcio di obiettivi
minuti mescolati indistintamente ad altri pretenziosi[19]
o ad altri che, più importanti e seri in sé, sono lì come per caso, resi
asfittici e impoveriti da quanto li circonda. C’è solo da confidare nel buon
senso degli insegnanti, che sono abituati ormai da anni ad avere come punto di
riferimento gli ottimi programmi per la scuola elementare del 1985 e che sono
in genere, proprio nella scuola elementare, particolarmente attenti a quella
centralità dell’alunno che invece, in questi documenti ministeriali, pur
essendo ancora sbandierata a parole, è completamente tradita.
[1]. Come quella “grammatica e sintassi” indicata, per
l’italiano, tra gli obiettivi per il terzo anno: un obiettivo globalmente
ambizioso (come è possibile considerarlo specifico?) e formulato in
maniera discutibile, dato che la sintassi
è una parte della grammatica e si sarebbe dovuto parlare, semmai, di
“morfologia e sintassi”.
[2]. E’ un corposo documento di almeno 60 pagine, il cui
titolo esteso recita: Raccomandazioni per l’attuazione delle “Indicazioni
Nazionali per i Piani di studio personalizzati nella Scuola Primaria”.
[3]. Questo D.M. riguarda anche le scuole per l’infanzia,
per le quali sono state formulate analoghe “indicazioni nazionali per i piani
personalizzati” e relative “raccomandazioni per l’attuazione”.
[4]. Per carità, non materia, per le ragioni che
apprendiamo nelle “raccomandazioni” parallele!
[5]. Seguono le tabelle per ‘educazioni’, che trovano poi
“la loro sintesi nell’unitaria Convivenza civile”.
[6]. Come nel solito linguaggio pedagogico-burocratico di
marca ministeriale continuano ad essere designati, in modo ottocentesco, i
normali bambini, che diventerebbero fanciulli appena varcati i confini della
scuola primaria (i bambini sarebbero solo quelli della Scuola per l’infanzia).
[7]. Ma, parlando di riconoscimento, siamo già su un piano
di benevola interpretazione del pensiero di chi ha formulato tali obiettivi e
che, se per caso ha mai sentito parlare un bambino di cinque anni , dovrebbe
essersi accorto che da tempo questo bambino ha imparato a gestire (e bene),
nell’uso linguistico, concordanze di genere e numero e i diversi tipi di frase
indicati.
[8]. E la disubbidienza, come vediamo di questi tempi, può
essere punita con il carcere duro.
[9]. Leggiamo tutto ciò, ancora una volta, nelle
“raccomandazioni”.
[10]. Risparmiamoci qualunque battuta su questo parlare
improprio di profilo professionale per ragazzi di 14 anni o addirittura
per i bambini della scuola primaria.
[11]. Cfr. le analisi di testi per le elementari
disseminate in vari contributi del
volume a cura di R. Calò – S. Ferreri, Il testo fa scuola. Libri
di testo, linguaggi ed educazione linguistica, Firenze, La Nuova Italia,
1997 (Quaderni del Giscel n. 18).
[12]. Alla maniera, per esempio, di M.G. Lo Duca, Esperimenti
grammaticali, Firenze, La Nuova Italia, 1997 o pensando alla grammatica
‘ragionevole’ di cui già nel 1977 parlava L. Renzi (L. Renzi, Una grammatica
ragionevole per l’insegnamento, in G. Berruto, a cura di, Scienze del
linguaggio ed educazione linguistica, Torino, Stampatori, 1977, pp. 13-56).
[13]. Viene però da esclamare: “ohibò! tutti !?”; si
ha idea di quanti sono i linguaggi, cioè i codici o le lingue, naturali o
artificiali, esistenti?; o di quanti sono i linguaggi intesi come varietà
interne a una singola lingua, dunque come sinonimo di ‘lingue speciali’, in
un’accezione che ci permette di parlare di linguaggio giornalistico, di
linguaggi(o) delle scienze, dell’economia, dello sport ecc.?
[14]. Come si è invece sbandierato sulla stampa illustrando
questa ‘sperimentazione’ della legge-delega
sulla scuola presentata dall’attuale governo.
[15]. Infatti, dato uno stesso fonema, esso può essere
rappresentato da più grafemi (come nel caso della lettera c, del nesso ch
e della lettera q, rispettivamente in parole come cane, chiodo,
quattro, che iniziano tutte invece con il medesimo fonema) e, viceversa,
lo stesso grafema può essere ambiguo, dato che può essere usato per
rappresentare fonemi diversi (come nel caso delle lettere c o g).
[16].
Mentre dovrebbe essere ormai noto a tutti che la
punteggiatura è un modo specifico per segmentare e rendere
leggibili i testi scritti, è funzionale a una loro
scansione logico-semantica e poco o
niente ha a che fare con le pause del
parlato.
[17]. Peccato che non siano indicati. Del resto, sarebbe
stato un po’ difficile, dato che la virgola era già stata inclusa tra quelli
forti.
[18]. La parafrasi è infatti una equivalenza semantica che,
nel caso si realizzi tra due parole, la fa coincidere con la sinonimia (cfr. L.
Lumbelli – B. Mortara Garavelli, a cura di, Parafrasi. Dalla linguistica
alla ricerca psicopedagogica, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 1999).
[19]. Come, per esempio, la “grammatica e sintassi” già
citata. Ma, curiosando un po’ tra gli obiettivi dell’ “educazione
all’affettività”, compare anche l’ “autobiografia”, collocata, tra l’altro,
sulla colonna delle conoscenze (per cui si incomincia a dubitare che i bambini
debbano leggere/studiare autobiografie) e che poi scopriamo corrispondere a
quello che, in modo molto più sensato, si sarebbe potuto chiamare il
“raccontare di sé”.
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