Forum delle associazioni disciplinari della scuola
“Indicazioni nazionali” e “profili educativi”
pareri
e commenti delle associazioni disciplinari sui documenti ministeriali per il
primo ciclo dell’istruzione
Bologna
novembre 2003
***
STORIA
LANDIS Laboratorio
Nazionale per la Didattica della Storia
INSMLI - Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di
Liberazione in Italia
Prospettive generali e
indicazioni specifiche per la materia
A.
Prospettive generali
Si propongono alcune considerazioni
sull’impianto di base dei documenti esaminati
e su alcune prospettive di riforma.
1. Si giudica negativamente la
discontinuità fra il primo ed il secondo ciclo (scuola primaria e scuola
secondaria di primo grado), che trascura, fra l’altro, le interessantissime
esperienze sviluppate dai “progetti Continuità” e dagli “Istituti comprensivi”
nei quali, dopo un periodo di incertezze e di adattamento, si sono affermate
strategie didattiche che ben supporterebbero l’obiettivo teorico che pur si
evidenzia nelle “Indicazioni” e, soprattutto, nel “Profilo”: la formazione di
personalità armoniche che solo una scuola non affetta da “salti” pedagogici,
epistemici e didattici del sistema scolastico può assicurare.
2. Si solleva con grande preoccupazione la questione
dell’obbligo che, distinto nei due canali previsti, allontanerebbe dalla scuola
proprio quella cospicua massa di studenti che più avrebbero bisogno di
acquisire, al massimo grado di possibilità, saperi, competenze, consapevolezza
dei diritti e dei doveri di una cittadinanza attiva. Infatti, se si scende
dalla teoria di una formazione compiuta nei primi due cicli capace di far
costruire ai ragazzi ed alle ragazze un “progetto di vita” autonomo e fondato
sulla conoscenza di sé, si riscontra nella pratica, sorretta da una riflessione
attenta, che la scelta di tale “progetto” è comunque subordinata alla volontà
delle famiglie che, troppo spesso, decidono per i figli a seguito di
considerazioni estranee al profilo formativo effettivamente raggiunto. Il discrimine
è, quasi nella generalità dei casi, segnato dalle condizioni sociali,
economiche e culturali delle famiglie, che indirizzano i figli verso obiettivi
di status oppure di necessità lavorativa.
È vero che l’esperienza dell’innalzamento dell’obbligo
al primo biennio della scuola secondaria superiore ha evidenziato molte
difficoltà, legate soprattutto all’incongruità di una frequenza in spezzoni di
cicli non previsti per coloro che non intendessero proseguire per l’intero
corso degli studi, con conseguente evasione oppure disagio di alcuni studenti,
ma ciò dovrebbe indurre a ripensare la questione da un punto di vista
prioritario: la frequentazione scolastica è comunque necessaria soprattutto per
coloro che mal si adattano ad essa, se la si ripensa a fondo. L’esperienza
napoletana dei “maestri di strada” è illuminante in proposito.
Sembra del tutto irrealistico, inoltre, pensare ad un
avvicendamento “scuola-lavoro”, date le premesse che divaricano i due percorsi
dell’obbligo superiore ed, infine, è troppo scarsa nelle scuole, attualmente,
la cultura dell’orientamento comunque sopraffatta, quando esiste, dalla volontà
delle famiglie che spesso si indirizzano in senso opposto a quello indicato
dalla scuola.
3. L’insistita e semplificata valorizzazione del ruolo
della famiglia nella costruzione di una scuola rinnovata e capace di
raggiungere alti obiettivi, non tiene conto di un’esperienza fin troppo spesso
ripetuta e di una difficoltà teorica. La prima riguarda l’ostacolo che talvolta
le famiglie rappresentano per le innovazioni formative: molte di esse, infatti,
legate al proprio vissuto scolastico, ignare di nuove metodologie e nuovi
panorami pedagogici, spesso tendono a considerare negativamente i nuovi
percorsi che si propongono per i propri figli, quando non, indifferenti e
lontane, preferiscono delegare in maniera completa la formazione scolastica dei
loro figli all’Istituzione, comunque guardata come estranea o per incapacità
culturale o, peggio, per svalutazione del suo compito che, nella società attuale,
appare a molti del tutto secondario rispetto alla priorità di un successo
conseguito senza nessun apporto della scuola.
A tali famiglie, che rappresentano una parte non del
tutto minoritaria, la scuola deve offrire ascolto e formazione indotta
attraverso i figli. Di qui l’aspetto teorico del problema: la scuola deve
assolvere al difficile compito di rappresentare la realtà sociale, per
incardinarsi in essa pena l’isolamento e l’inefficacia del suo lavoro, e deve,
contemporaneamente, prospettare una società futura, ponendo traguardi di
civiltà e di miglioramento delle strutture culturali, economiche, sociali che
riguardano l’avvenire dei giovani e, attraverso essi, di tutti. In tal senso la
scuola deve essere considerata come produttrice, e non solo trasmettitrice, di
cultura e, come tale, richiede una valorizzazione ed un investimento di
risorse.
4. Le prospettive che si aprono nei documenti che ci
sono stati inviati appaiono astratte perché non sono legate a tre parametri
concreti finora definiti in maniera disgiunta e piuttosto vaga, o negativa.
Il primo è la possibilità di sostenere la necessaria
continuità didattica non soltanto nella singola scuola, come si propone, ma
nella stessa classe e per le stesse materie. Nessun piano formativo, anche il
più oculato e soddisfacente, può avere successo con l’avvicendarsi nella stessa
classe di più insegnanti nelle stesse materie ad ogni anno di corso. È una
questione tecnica che ci permettiamo di richiamare all’attenzione: l’obbligo
per la scuola secondaria di primo grado, ed in prospettiva per i licei, di 18
ore settimanali per cattedra impone, con il variare del monte orario nelle
diverse materie per anno, possibilità di combinazioni limitate all’adempimento
di tale obbligo e non lascia spazi sufficienti per adattare l’orario di
cattedra alle necessità didattiche di continuità. Tale situazione, inoltre, non
offre adeguate possibilità di condurre pratiche che sarebbero necessarie per
realizzare quella “visione ad ologramma” che le “Indicazioni”, molto
correttamente dal punto di vista pedagogico, prospettano in via teorica:
compresenze, lezioni a classi aperte, esperienze di laboratorio e molte altre
attività che si basano sul presupposto della flessibilità oraria per gli
insegnanti.
Il secondo parametro riguarda la necessità di
prevedere, per gli insegnanti stessi, spazi di confronto, di scambio, di messa
a punto di didattiche che le Indicazioni definiscono rapidamente “ad
ologramma”, di progettazione e verifiche di esperienze, di piani di studio
personalizzati, di incontri con esperti, al di fuori delle scansioni rigide
previste; sarebbero anche necessari incontri fra le scuole per quella
continuità verticale che rappresenta un bisogno concreto della realtà e che
sembra quasi ignorata come problema nei documenti proposti. Non appare poi
chiaro il livello di autonomia che si potrà riconoscere ai docenti, ai consigli
di classe ed alle scuole, viste le prospettive del decentramento anche in
materia scolastica, che affida alle Regioni compiti d’indirizzo formativo (vedi
le sperimentazioni in atto) e di sostegno. Senza margini concreti di autonomia,
al di là delle affermazioni di principio, non si potrà attuare quella parte
piuttosto oscura delle “Indicazioni” che sottolinea la difficile ma
indispensabile convergenza di standard nazionali e di didattica individuata
nella cornice concreta dell’azione pedagogica (obiettivi specifici di
apprendimento nazionali ed obiettivi formativi personalizzati).
Il terzo parametro riguarda la contraddizione fra una
massa di indicazioni di processo molto ricca ed articolata e il restringimento
della durata annuale delle quote orarie di lezione, in generale e per le
singole discipline.
5. Al fondo dei documenti esaminati appare molto
evidente un’aspirazione piuttosto astratta: i richiami ad obiettivi di alto
spessore teoretico-metafisico fin dalla Scuola primaria (la distinzione tra
“bene e male”, le domande sull’Universo, sui fondamenti dei grandi valori
estetici, morali, religiosi) che appaiono inadatti ad un insegnamento non
predicativo, ma che tenga conto delle specifiche potenzialità delle età
considerate. Si rischia, cioè, contro la finalità espressa di far costruire ai
bambini ed ai ragazzi una consapevolezza autonoma, di indurli ad accettare
acriticamente, e quindi spesso in maniera pericolosamente distorta, i risultati
apodittici di un pensiero adulto. Gli esiti prospettati, accettabili se fondati
su convinzioni introiettate in un percorso armonico lungo e compiuto
gradualmente come maturazione personale destinata ad evolversi per tutta la
vita, rischiano di ricadere in una sorta di dettato didascalico, se
forzatamente richiesti in tali età, legate all’elaborazione di un sapere che
non si produce se non legato ad abilità concrete. Si dovrebbero piuttosto, a
questi livelli di scolarità, predisporre motivazioni e prerequisiti cognitivi
capaci, nel tempo, di orientare criticamente la costruzione delle basi civili,
etiche, cognitive della coscienza.
6. In tutto il processo di riforma sarà indispensabile
creare le condizioni di una formazione continua dei docenti autocentrata,
elaborata attraverso la conoscenza delle esperienze più motivate e riuscite
della scuola, oltre all’opportuno contatto, non in via subordinata, con i
centri di ricerca didattica e di produzione scientifica. Non sembra che questo
percorso sia previsto, se si eccettua la formazione a distanza a cui partecipa
una parte dei docenti già in servizio, alcuni volontariamente, senza alcun
riconoscimento, nemmeno onorifico, del loro impegno. Ciò rende debole la
proposta che pure ha il merito di avvicinare molti docenti ai nuovi linguaggi
ed alle nuove tecnologie, che la pedagogia attuale sta studiando con grande
impegno nei loro riflessi sulla didattica (Olson, Greenfield, Papert, Harel ed
altri).
B.
Indicazioni specifiche per la materia
Epistemologia
e didattica
La disciplina “storia”, di cui le nostre Associazioni
si sono occupate per decenni dal doppio punto di vista della struttura
scientifica e della praticabilità didattica, appare nelle “Indicazioni” come
una materia-cerniera fra i due cicli. Nell’esigenza di riproporre il canone
cronologico tradizionale e di non comprimere in una doppia ciclicità il
percorso storico, la successione degli eventi viene distribuita fra i due cicli
qui considerati. Ciò, nell’assenza di una logica curricolare verticale, può far
gravare sulla disciplina lo stacco epistemico e pedagogico fra le due fasi del
percorso scolastico, abbandonando alla sola cronologia il compito di un
raccordo coerente, ponendo in grave difficoltà l’esigenza che “l’ordine epi-
stemologico di presentazione delle conoscenze e delle abilità che costituiscono
gli obiettivi specifici di apprendimento non [vada] confuso con il loro ordine
di svolgimento psicologico e didattico”.
Il semplice elenco di obiettivi proposti nelle
“Indicazioni” non è sufficiente a garantire, nell’assenza di una esplicita
articolazione matetica, della gradazione delle opportunità di apprendimento interne
alla struttura della disciplina, lo svolgimento di un percorso al riparo di
cambi sostanziali di guida e di quadro di riferimento.
La stessa distinzione tra “ordine epistemologico”
(espressione, fra l’altro, impropria) ed “ordine psico-pedagogico” è il segno
di una scissione pericolosa, perché se il secondo non ha le sue radici nel
primo, è semplice degradazione della materia scientifica a pura narrazione
sequenziale degli eventi. Affidare la ricomposizione ad insegnanti diversi e
spesso divergenti nelle opzioni didattiche, sarebbe pura utopia e, dunque,
resterebbe il dettato delle “Indicazioni” a condurre il cammino dei docenti
alla maniera dei vecchi “programmi”. Ma qui si incontrano altre difficoltà.
Ad esempio, nella scuola primaria, secondo e terzo
anno, con bambini entrati anche precocemente nella scuola, il passaggio da
“testimonianze di eventi, momenti, figure significative presenti nel proprio
territorio e caratterizzanti la storia locale” a “la terra prima dell’uomo e le
esperienze umane preistoriche: la comparsa dell’uomo, i cacciatori delle epoche
glaciali, la rivoluzione neolitica e l’agricoltura, lo sviluppo
dell’artigianato e primi commerci. Passaggio dall'uomo preistorico all'uomo
storico nelle civiltà antiche. Miti e leggende delle origini” non può essere
mediato solo dalla serie di obiettivi concomitanti, nello stesso anno di corso.
È la struttura del pensiero bambino che non può reggere questo salto di
millenni nella totalità dello spazio terrestre, incomprensibile se si è appena
finito di lavorare su semplici concetti di misurazione del tempo e su piccoli
brani di memoria locale. La successione canonica del percorso storico, la
cosiddetta “storia generale”, non risponde ad un “ordine psico-pedagogico”,
anzi lo capovolge: non è più “semplice” la storia antica per i più piccoli, se
non la si vuole ridurre ad un raccontino banale, che le fa perdere tutta la sua
significatività. Occorrono, modificando la collocazione nel percorso, strumenti
di mediazione di cui nelle “Indicazioni” non c’è traccia. Lo spunto di una
partenza dal vicino, visibile, presente richiede una mediazione più robusta con
il lontano, con il quasi invisibile, con il passato, attraverso un apparato
critico, anche se intuitivo, che serva a comprenderli.
Ancora: in generale, ma in modo più evidente per l’età
contemporanea, si sorvola sugli elementi di conoscenza economici, sociali,
ambientali, culturali (in senso ampio) e tecnologici che maggiormente rendono
conto della realtà, soprattutto di quella attuale. La Rivoluzione industriale è
in ordine cronologico - ma non di grandezza - dopo la Rivoluzione agricola la
seconda decisiva svolta dell’intero corso della storia. La prima viene
presentata in un momento in cui l’età impedisce di comprenderne le implicazioni
decisive, la seconda viene completamente trascurata. E si potrebbero analizzare
altri tratti del percorso in questo senso.
Altro punto critico appare la scissione fra la
definizione della storia proposta come narrazione di eventi e il suo senso
profondo, che è la capacità di porre domande al passato, anche semplici, e di
cercare e trovare le risposte, anche semplici. Solo dopo di ciò si può
comprendere il senso della narrazione.
Un’altra questione riguarda la separazione della
storia dalla geografia, tanto più incomprensibile in quanto nelle stesse
“Indicazioni” si parla di “sistema ecologico” che presuppone una visione
globale dei problemi. È da tempo che la storiografia stessa, e di conseguenza
la didattica della storia più avvertita, parlano del rapporto inscindibile fra
storia, geografia e scienze sociali. Queste ultime, poi, vengono rinchiuse in
una “educazione” a parte, che ritorna molto sui già confusi, ed incerti, passi
dell’Educazione civica e che non comprende le prospettive interculturale, alla
pace, allo sviluppo e alle pari opportunità. La scomposizione delle cattedre,
derivante dalla disciplina oraria rigida, renderebbe ancora più problematica la
connessione necessaria fra le discipline, per quanto auspicata.
Occorre, dunque, strutturare meglio il rapporto fra episteme
e paideia. Gli insegnanti dovrebbero essere messi in grado di accedere
allo stesso contenuto storico per vie diverse da quelle qui prospettate in modo
insufficiente. Per tale motivo andrebbe riconosciuta la dimensione
laboratoriale dell’insegnamento della storia che apre ad una pluralità di
linguaggi e di prospettive la costruzione del sapere.
Sembra poi un inopinato ritorno a decenni fa la
proposizione di “esempi illustri” per rafforzare la potenzialità formatrice
della storia. È questo uno dei casi in cui la struttura epistemologica della
disciplina, per come si configura oggi, è in forte contrasto con l’impianto
pedagogico delle “Indicazioni”. Il passato esplicita la sua lezione per il
presente non “attraverso l’universalità dei personaggi creati dall’arte
(poetica, letteraria, cinematografica, musicale…), che hanno contribuito ad
arricchire l’umanità di senso e di valore” ma attraverso la consapevolezza che,
oggi come ieri, la storia è una serie di vicende collettive, in cui tutti i
soggetti, in qualunque collocazione, hanno un ruolo, e che il valore delle loro
scelte, nel campo di possibilità dato, decide la sorte del vivere civile.
Questo punto di vista ottiene l’effetto di far comprendere che nessuno può
ritenersi escluso dalla storia, e dunque ne porta, in misura anche piccola, la
responsabilità. La prima affermazione, se non la si intende come la
riproposizione, che sarebbe davvero grave, dei “medaglioni dei personaggi
illustri” di un lontano passato pedagogico, potrebbe appartenere ad una visione
hegeliana della storia (“lo spirito del mondo a cavallo”). La seconda, che
include nella storia tutti, può ricondursi ad una moralità di tipo kantiano,
che fonda la responsabilità nella coscienza. Tale posizione, fra l’altro,
apparirebbe più coerente con alcune affermazioni contenute nel “Profilo” finale
del percorso esaminato.
Questioni
storiografiche generali
Le “Indicazioni” esprimono l’esigenza di dare
“consapevolezza, sia pure in modo introduttivo, delle radici
storico-giuridiche, linguistico-letterarie e artistiche che ci legano al mondo
classico e giudaico-cristiano, e dell'identità spirituale e materiale
dell'Italia e dell'Europa […] per comprendere, da un lato, le caratteristiche
specifiche della civiltà europea e, dall’altro, le somiglianze e le differenze
tra la nostra e le altre civiltà del mondo”. Altrove si parla di “identità
europea”.
Quanto alle radici storico-giuridiche, che riguardano
la disciplina, la procedura appare incontestabilmente legata ad un processo che
va dal passato al presente, sorvolando sulla sottolineatura di snodi
fondamentali, ed includendo in un “lunghissimo medio-evo ideale” fasi
importanti della storia (ci sono radici germaniche, ad esempio, nella nostra
civiltà, e radici arabe, quanto a culture ed etnie e, più recentemente, sono
attecchite anche radici culturali di origine angloamericane; ci sono radici
medioevali ed illuministiche, per quanto riguarda le istituzioni ed i modi
della convivenza civile, per fare solo qualche accenno).
Il discorso storiografico-didattico dovrebbe, a nostro
parere, essere capovolto: sono le domande del presente che guidano alla ricerca
delle risposte nel passato. E la domanda del presente, come si può anche
leggere nelle “Indicazioni”, è una domanda di dialogo, di democrazia, di
fratellanza, una domanda quindi sui “diritti umani”. Dunque, non è nel mondo
greco, che collegava il demos al ghenos, e neppure nel mondo
romano, che solo al suo tramonto riconobbe la cittadinanza a tutti i suoi
sudditi, che si possono trovare tali radici. Altre sì, pur essenziali, che
vanno valorizzate e trasmesse, ma non queste.
E non è nemmeno alla storia delle religioni che si può
ricondurre questo capitolo della storia umana: alla grande lezione spirituale
giudaica e cristiana non corrispose sempre, nella concretezza della storia
delle civiltà occidentali, un’adeguata risposta di fratellanza, giustizia e
solidarietà.
La storia dei diritti umani è molto più recente, è
frutto delle stagioni costituzionali dal XVII secolo in poi, dell’affermarsi
dei popoli come portatori di diritti e di doveri, che misero anche a frutto
aspetti della lezione giudaica e cristiana del passato. La consapevolezza
dell’identità europea è costruzione del presente, ed è nel presente che deve
porsi il punto di osservazione della storia anche più remota, al fine di
acquisire “gli strumenti di giudizio sufficienti per valutare se stessi, le
proprie azioni, i fatti e i comportamenti individuali, umani e sociali degli
altri, alla luce di parametri derivati dai grandi valori spirituali che
ispirano la convivenza civile”. I grandi “valori spirituali”, al di là
dell’intimo significato per la coscienza di ognuno, si concretizzano oggi, per
quanto riguarda la “convivenza civile”, soprattutto nell’affermazione dei
diritti umani. Tutto il percorso della storia può condurre, dal presente al
passato e dal passato al presente, a comprendere quest’esito, né finale né
definitivo, ma tale da rendere possibili le grandi scelte del futuro. Si
ritiene che la sottovalutazione di tali questioni abbia indotto gli estensori
delle “Indicazioni” ad una riduzione eccessiva del peso specifico della storia
contemporanea (dal 1960 prevista in Italia “fino ai nostri giorni” e mai
effettivamente insegnata finché il carico di programma dell’ultimo anno non è
stato alleggerito), generando un’anomalia che potrebbe allontanare l’impianto
della disciplina storica insegnata in Italia da quello che generalmente vige in
Europa.
Infine, l’accenno alla mondialità nel “Profilo” appare
sfuggente ed incongruo con tutto il resto. Ed è invece nella prospettiva
mondiale (si badi, non nella conoscenza puntuale di tutte le storie degli altri
popoli) che trova logico compimento il percorso che, in termini spaziali, viene
delineato dalle “Indicazioni” attraverso le dimensioni locale, nazionale,
europea. Del resto, la questione della mondialità come orizzonte globale è già
da tempo all’attenzione dei congressi internazionali degli storici ed è presente
in molti pronunciamenti della Comunità europea sulla questione
dell’insegnamento della storia. Non tenerne conto significherebbe optare per
una miopia pedagogica e storica; tenerne conto vorrebbe dire ripensare a fondo
l’intero quadro delle Indicazioni, per gli aspetti legati ad una concezione
acritica del concetto d’identità.
Per il LANDIS
la presidente Aurora
Delmonaco
Bologna, 29 aprile 2003
Il titolo completo del documento originale è:
«Osservazioni del LANDIS e dell’INSMLI sui documenti: "Profilo
educativo, culturale e professionale dello studente alla fine del primo ciclo
di istruzione"; "Indicazioni nazionali per i piani personalizzati
delle attività educative nelle scuole dell'infanzia"; "Indicazioni
nazionali per i piani di studio personalizzati nella scuola primaria";
"Indicazioni nazionali per la scuola secondaria di primo grado".