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Forum delle associazioni disciplinari della scuola
“Indicazioni nazionali” e “profili educativi”
pareri
e commenti delle associazioni disciplinari sui documenti ministeriali per il
primo ciclo dell’istruzione
Bologna
novembre 2003
***
PREFAZIONE
di Adriano Colombo
1. Il Forum delle associazioni disciplinari della
scuola tra due riforme
Il Forum
delle associazioni disciplinari della scuola si è costituito nel 1997, nel
periodo di gestazione della riforma Berlinguer poi abortita; nella
dichiarazione di intenti iniziale si diceva tra l’altro: «Le associazioni
disciplinari sono consapevoli di rappresentare quella parte del mondo della
scuola che si è impegnata con maggiore continuità e rigore nell’innovazione
didattica, nella diffusione di esperienze, conoscenze e competenze
metodologiche, insieme a quella parte del mondo universitario che ha saputo
impegnare le proprie competenze scientifiche nella ricerca didattica, in uno
sforzo comune con gli insegnanti. Esse intendono offrire alla riforma il
contributo delle proprie esperienze e competenze, non solo ciascuna nei propri
campi disciplinari, ma anche nei punti di snodo fra l’architettura del sistema
scolastico e l’articolazione dei curricoli».
Al Forum
hanno aderito una quindicina di associazioni, che rappresentano quasi tutti gli
insegnamenti più diffusi nella scuola: Italiano, Storia, Lingua straniera,
Geografia, Matematica, Fisica, Chimica, Scienze naturali, Economia, Educazione
Tecnica, Artistica e Musicale. L’intento è stato non solo di dare visibilità a
un patrimonio di competenze specifiche che pareva messo in ombra, ma di
giungere, a partire da quelle, a un’elaborazione comune.
Nei primi anni ll Forum ha
prodotto tre
documenti: “Il riordino dei cicli
scolastici e la modularità dei curricoli” (24.1.98),
“La formazione
degli insegnanti” (6.6.1998), “Per una progettazione
integrata dei curricoli:
dimensioni ‘trasversali’ dell'educazione”
(13.2.1999), che sono apparsi su
diverse riviste. Il terzo documento intendeva porre una premessa
all’elaborazione di proposte curricolari unificate nel metodo e
nella forma, in
vista della riscrittura dei curricoli nel quadro dell’autonomia
didattica.
Momenti di lavoro in questa direzione sono state le Giornate di studio
“Quali
competenze per i nuovi curricoli?” (Bologna, 8.5.99), e
“Una filosofia per i nuovi curricoli della scuola
riformata” (Bologna, 6
maggio 2000), organizzate insieme all’Associazione
“Progetto per la
scuola”. Ambienti qualificati del Ministero della P.I.
manifestarono interesse
per questi contributi, testimoniato dal fatto che gli atti delle due
Giornate
sono apparsi sugli Annali della Pubblica istruzione. Anche a seguito di
queste iniziative, esponenti delle associazioni disciplinari furono
chiamati in
buon numero a far parte della commissione incaricata dal ministro De
Mauro di
stilare indicazioni curricolari in vista del riordino dei cicli
scolastici.
Dopo la
caduta di questo progetto di riforma con la fine della legislatura e il cambio
della maggioranza di governo, le associazioni disciplinari hanno continuato a
confrontarsi nel Forum sulle questioni poste daI nuovi progetti di riforma. Tra
esse, il problema della formazione iniziale e in servizio degli insegnanti,
alla quale il Forum ha dedicato una nuova Giornata di studio (Bologna,
12.10.2002).
Ma il
terreno più specifico di intervento per associazioni di questo tipo sono i
contenuti disciplinari, gli obiettivi di apprendimento (che ora vengono
indicati non più con la denominazione di “curricoli”, ma con altre più
laboriose locuzioni). A tale proposito, solo di recente, nella fase di
elaborazione iniziale per la scuola secondaria di secondo grado, è stata
avviata da parte del MIUR una consultazione con le associazioni nella sede di
comitati paritetici distinti per ciascuna disciplina. Per quanto riguarda il
“primo ciclo” dell’istruzione (scuola elementare e media) invece, la
consultazione è avvenuta solo dopo la stesura delle Indicazioni nazionali
per i piani di studio personalizzati, con una lettera datata 4 aprile 2003
che poneva scadenze molto strette per la formulazione di un parere. La lettera
è riprodotta qui di seguito.
Questo
volume riproduce i pareri formulati da varie associazioni disciplinari; in
alcuni casi non si tratta del documento inviato al ministro, ma di elaborazioni
parallele, o comunque di interventi di responsabili delle associazioni sul tema
delle Indicazioni nazionali per la scuola primaria e secondaria di primo
grado.
Elementi
comuni di un materiale eterogeneo
I
documenti raccolti sono eterogenei: a volte abbiamo commenti puntuali ai
documenti ministeriali, fino alle minute proposte di emendamento, a volte il
discorso si allarga a considerazioni più generali. Anche l’oggetto del discorso
può variare, sia perché le date di stesura sono diverse e i documenti
ministeriali sono passati attraverso diverse redazioni nel corso del tempo, sia
perché la quantità e mole dei documenti da esaminare in tempi ristretti ha fatto
sì che l’attenzione si concentrasse di volta in volta su aspetti diversi.
Nonostante
questo, a una lettura attenta appaiono molteplici gli elementi comuni a tutto
questo materiale, o a sue porzioni significative. Credo che essi meritino una
considerazione seria da parte di tutti coloro che sono interessati alle sorti
della scuola italiana, perché si tratta di valutazioni e riflessioni che
nascono in ambienti che hanno accumulato un patrimonio prezioso di competenze e
di esperienze, che non si trova altrove; inoltre investono gli aspetti della
riforma in corso che toccano più direttamente la qualità culturale del “fare
scuola”, aspetti che spesso sfuggono a una pubblicistica distratta da apparenze
più vistose.
Nelle
pagine che seguono cercherò di sintetizzare queste valutazioni ricorrenti,
attraverso una lettura trasversale e selettiva che ovviamente non può non
essere influenzata dagli orientamenti personali di chi scrive e impegna
esclusivamente la sua responsabilità.
2. Carenze culturali
Chiarezza terminologica e concettuale
Viene
innanzitutto rilevato un qualche limite di cultura pedagogica, didattica e
soprattutto disciplinare negli anonimi redattori dei documenti ministeriali,
soprattutto per quanto riguarda le tabelle degli “obiettivi specifici di
apprendimento” delle singole materie. L’osservazione può essere formulata in
termini più garbati, come nel parere di ANIAT (educazione tecnica): «la prima
impressione è che le tabelle di tecnologia e informatica siano state redatte da
persona che certamente si è documentata, ma che con molta evidenza non ha
esperienza nel campo specifico»; oppure in modo più reciso, come nel caso della
segretaria nazionale di GISCEL (educazione linguistica), la quale parla di «un
enorme stupidario, sintomo di confusione (ad essere generosi) o di conoscenza
superficiale, solo orecchiata, di discipline per le quali si individuano gli
“obiettivi specifici di apprendimento”» (lo “stupidario” è abbondantemente
esemplificato nel seguito del testo); ma una valutazione del genere è in ogni
caso comune a tutte o quasi le associazioni che contribuiscono a questo volume.
Nell’ambito linguistico si parla di «una terminologia
linguistica aggiornata, ma usata in modo confuso e improprio», (GISCEL), del
rischio di «creare confusione terminologica e concettuale» (TESOL, lingua
inglese), di «grossolane imprecisioni» (LEND, lingue straniere); in una
prospettiva non solo linguistica, ma didattica, la stessa associazione rileva
«confusione terminologica tra abilità, competenze, contenuti, metodi.
Formulazioni non scientifiche, confusione tra funzioni linguistiche, temi della
comunicazione, attività e strategie di produzione, di ricezione, di
interazione, tra contenuti e metodi».
Uno dei punti forti delle premesse alle tabelle di
“obiettivi specifici di apprendimento” è che «l’ordine epistemologico di
presentazione delle conoscenze e delle abilità [...] non va confuso con il loro
ordine di svolgimento pedagogico e didattico». La questione assume un aspetto
particolare nel caso della Storia, di cui viene a investire l’impostazione puù
o meno sequenziale-narrativa. Ora, a giudizio di LANDIS (storia), «La stessa
distinzione tra “ordine epistemologico” (espressione, fra l’altro, impropria)
ed “ordine psico-pedagogico” è il segno di una scissione pericolosa, perché se
il secondo non ha le sue radici nel primo, è semplice degradazione della
materia scientifica a pura narrazione sequenziale degli eventi».
Venendo agli
obiettivi di apprendimento delle materie scientifiche,
«l’impressione generale
che danno questi elenchi di conoscenze e abilità è di
poca organicità e
coerenza interna e, complessivamente, cose condivisibili e non, sono
presentate
in modo disordinato» (SCI-DD, chimica); e su un punto specifico
scrive AIF (fisica): "Le forze non sono “cause del moto”!
Uno dei
primi e principali punti di discontinuità fra la filosofia
naturale e la nuova
fisica sta proprio nel passare dalla visione aristotelica delle forze
come
causa del moto a quella Newtoniana delle forze come causa delle
variazioni del
moto! E' grave che venga commesso un simile errore". (1)
Distinzione tra conoscenze e abilità, loro
distribuzione tra le materie
Come è noto, gli obiettivi specifici di
apprendimento vengono presentati, materia per materia, in due colonne affiancate;
anche se non compare una intestazione esplicita, risulta evidente che nella
colonna di sinistra dovrebbero essere elencati gli obiettivi di conoscenza, in
quella di destra quelli di abilità, e che dovrebbe sussistere una qualche
logica nell’affiancamento delle voci tra le due colonne. La chiarezza del
risultato è criticata in molti testi delle associazioni.
Cominciando di nuovo dalla lingua italiana, «un
semplice sguardo ai contenuti di queste colonne fa venire molti dubbi sulla
chiarezza dei criteri con cui si è proceduto a tali distinzioni: si tratta
piuttosto di due elenchi in cui sembra regnare il caos più totale» (GISCEL);
analogamente, secondo LEND «i blocchi di obiettivi sono distribuiti in due
colonne secondo una logica non dichiarata, non certo trasparente, con contenuti
aggregati senza alcun criterio e disomogenei all’interno delle due colonne». In
campo scientifico, SCI-DD osserva: «Si nota che conoscenze e abilità non sono
sempre in corrispondenza e che, se si prova a seguire lo sviluppo verticale di
un argomento nei vari anni, spesso mancano dei passaggi o che alcuni obiettivi
devono essere riformulati o aggiunti». Il giudizio di ANIAT è formulato in
termini più diplomatici e preceduto da un riconoscimento della sostanziale
validità dell’impostazione generale dei testi ministeriali: le tabelle «sono
composte di due colonne nelle quali sono inseriti rispettivamente gli obiettivi
in termini di conoscenza e quelli in termini di abilità. Il problema sta nel
fatto che fra le une le altre non esiste alcuna corrispondenza, cosa che invece
ci saremmo aspettati di trovare. Tutto evidentemente è voluto e, quindi, non si
può parlare di errore, ma siamo quasi certi che s’ingenereranno delle
confusioni d’interpretazione»; ma tale giudizio non è in sostanza meno severo,
soprattutto se si considera che l’associazione propone una propria riscrittura
integrale delle tabelle. Va segnalato, a proposito di chiarezza concettuale
delle tabelle, che il presidente di “Clio 92” (storia), in una Postilla
relativa a una nuova stesura degli obiettivi datata luglio 2003, riconosce che
«Alcuni degli emendamenti sono dovuti al fatto che l'estensore (o il critico)
si è accorto che la formulazione spesso non era coerente con la distinzione tra
obiettivi relativi alle conoscenze e obiettivi relativi alle abilità e che
altri erano ridondanti o mal formulati». Ma, aggiunge, «questo dimostra che la
fretta con la quale è stata scritta la prima versione è stata cattiva
consigliera».
In
alcuni casi le riserve si estendono alla stessa strutturazione degli obiettivi
per materie. LANDIS critica «la separazione della storia dalla geografia, tanto
più incomprensibile in quanto nelle stesse “Indicazioni” si parla di “sistema
ecologico” che presuppone una visione globale dei problemi». Altrove è messa in
discussione la ripartizione degli obiettivi tra le materie e il loro
coordinamento lungo gli anni. Commentando gli obiettivi di Scienze per la 2a
e 3a elementare, AIF osserva: «Perché le
“misure di lunghezza, peso, tempo”, intese come abilità, sono elencate nelle
conoscenze di scienze e le misure di lunghezze in matematica sono messe al IV-V
anno? E come si confronta il diverso modo in cui le stesse cose vengono viste
nei due ambiti? infatti non sembra sensato considerare che “usare uno
strumento” di misura sia scienze ed “effettuare misure” sia matematica!»; più
in generale, «non si intravede un approccio fenomenologico che parte dalla
globalità dell’esperienza e conoscenza del bambino, ma una spezzettatura
preventiva di tale espe- rienza/conoscenza in frammenti i cui diversi aspetti
disciplinari (spesso distinti molto artificiosamente) sono per di più
disseminati senza logica apparente in anni diversi per le diverse discipline».
Tutto questo è ancora poco
in confronto alla sorpresa di fronte a cui si sono trovati gli esperti di ANIAT
quando hanno scoperto che nella bozza di decreto attuativo delle Indicazioni
per la scuola media la loro materia era scomparsa! Si veda l’Appendice
al parere dell’associazione: «Nella
scuola secondaria di primo grado dall’elenco delle discipline di studio
scompare Tecnologia e informatica [...] La Tecnologia è
accorpata alle Scienze e l’Informatica33
ore annuali». Che i principali esperti della disciplina scoprano tutto
questo un mese dopo che sono stati interpellati e hanno formulato un
dettagliato parere è un segno dei modi di procedere del ministero in una
vicenda di questa importanza; sul punto si tornerà a conclusione di questa
prefazione. diventa patrimonio di
tutte (?) le discipline. La Tecnologia è penalizzata con una quota oraria di Ambizioni fuor di misura
Un altro ordine di critiche ricorrenti riguarda la
formulazione di obiettivi non commisurati al livello degli studi e all’età dei
ragazzi. In primo luogo si tratta del “Profilo educativo, culturale e
professionale dello studente alla fine del Primo Ciclo di istruzione (6-14
anni)”, in cui vengono formulati i traguardi proposti a quella che altri
chiamerebbero “scuola di base”, distinti in aspetti di “Identità ed autonomia”,
“Orientamento”, “Convivenza civile”, “Strumenti culturali”. Un giudizio
negativo sull'insieme è implicito in quel passo del documento di LEND che
chiede «Un profilo educativo culturale e professionale dello studente dai 6 ai
14 anni che non sia rivolto ad un preadolescente già pienamente capace di
esplicitare interrogativi che nascono da una profonda (e filosofica) conoscenza
del mondo e di sistemi disciplinari ben definiti, ma ad un adolescente “vero”
che si appresta a diventare un cittadino in un mondo di per sé mutevole che lo
disorienta». Anche più esplicito il giudizio nel documento di ANISA (arte):
«quando si enuncia tra le altre finalità “La possibilità del preadolescente di
operare scelte realistiche nell’immediato e nel futuro, portando avanti
lo sviluppo di un progetto di vita personale”, sostanzialmente viene definito
con troppo anticipo un percorso orientante in cui si ipotizzano scelte future
di ruolo culturale e professionale prima dei quattordici anni». Venendo agli
aspetti culturali, alcuni dei traguardi indicati costituiscono, a giudizio di
AIF e ANISN, «un insieme di conoscenze/competenze a
livello metacognitivo che considerate seriamente appaiono fuori della portata
di un quattordicenne: “padroneggia concetti fondamentali della matematica”,
“riflette sui principi”, “legge la realtà” (ancora oggi appassionato tema di
dibattito sul piano filosofico ed epistemologico)».
Gli obiettivi troppo ambiziosi possono poi riguardare
specifici contenuti disciplinari. Il programma di Storia, inteso alla maniera
tradizionale come narrazione di “storia generale”, è stato distribuito tra
scuola elementare e media, facendolo cominciare dalla terza elementare, dopo
aver dedicato parte del ciclo seconda-terza alla formazione dei concetti di
base (tempo, memoria storica). Pertanto, nel corso della terza, si dovrebbe
trattare la preistoria. Secondo il presidente di “Clio 92”, «Ciò comporta che i
bambini di 8 anni dovrebbero avere la padronanza della numerazione per 1000,
dei numeri negativi per comprendere il sistema cronologico basato sulla nascita
di Cristo, dovrebbero comprendere gli ambienti e i luoghi di qualche fase del
paleolitico, dovrebbero saper comprendere le lunghissime durate». E come
precisa LANDIS, «È la struttura del pensiero bambino che non può reggere questo
salto di millenni nella totalità dello spazio terrestre, incomprensibile se si
è appena finito di lavorare su semplici concetti di misurazione del tempo e su
piccoli brani di memoria locale».
Quanto alle Scienze, viene da SCI-DD
questa osservazione: «troppi argomenti sono stati scelti senza una preventiva
riflessione psicopedagogica ed epistemologica. Si confondono spesso due piani:
quello dell’apprendimento per definizioni operative e quello relativo alla
comprensione di “leggi” che costituiscono le basi degli apprendimenti
disciplinari. La comprensione di leggi e principi infatti richiede un livello
di astrazione che non è mediamente posseduto da alunni della scuola media».
L’osservazione è poi specificata a proposito degli obiettivi che prevedono che
i ragazzi a questo livello giungano a padroneggiare il concetto di
“accelerazione”.
Infine, secondo
ANISA «le tabelle degli obiettivi specifici di apprendimento relative ad Arte
ed Immagine elencano ed accomunano come “livelli essenziali di prestazione”
una sterminata serie di conoscenze da acquisire, di abilità
espressive, tecniche e tecnologiche da padroneggiare, di capacità di
lettura dell'opera d'arte a più livelli».
Il “portfolio” dello studente
Se fin
qui si è parlato di obiettivi e traguardi, i testi ministeriali sono ricchi di
indicazioni e prescrizioni di metodo, tanto da spingere qualche associazione,
come LANDIS, a chiedersi quali margini reali di autonomia didattica restino
alle scuole e agli insegnanti.
L’innovazione
forse più significativa è l’introduzione del Portfolio
delle competenze individuali di ciascun
alunno, diviso in una sezione di valutazione e in una di orientamento,
contenente osservazioni e commenti, prove scolastiche e altri materiali
prodotti dall’allievo; alla sua creazione dovrebbero contribuire docenti,
famiglia e l’alunno stesso, con il coordinamento di un docente tutor. Il
portfolio dovrebbe accompagnare lo studente lungo tutta la sua carriera
scolastica, fino a che, a parere di chi scrive, dovrebbe assumere più propriamente
la denominazione di “baule”.
Invero, i documenti delle associazioni non parlano di questo problema
di
gestibilità materiale, ma investono altri aspetti relativi al
significato che
il portfolio può assumere, anche in relazione alle esperienze e
proposte
esistenti in ambito europeo. Secondo LEND, così come è
concepito, «il Portfolio è in contraddizione con il
concetto
corrente in Europa, che prevede che siano gli allievi a gestire
direttamente il
Portfolio». Anche TESOL fa riferimento al Portfolio Europeo delle
Lingue,
che «potrebbe ragionevolmente entrare a far parte delle
indicazioni per le
lingue straniere», in implicita contrapposizione al documento
prescritto nel
testo ministeriale. Diversa la natura dei dubbi sollevati da AIC
(chimica), che
esprime anzi perplessità sulla partecipazione dell’alunno
alla compilazione del Portfolio, e in sintesi conclude: «I
docenti sono consapevoli dei rischi
che tale documento può comportare (la non corretta gestione, il
condizionamento
della carriera scolastica, il rapporto con le famiglie)».
Ipotesi di “sopravvivenza”
Di fronte a questo insieme di difficoltà
concettuali e pedagogiche, è significativo che alcuni autori dei testi qui
raccolti finiscano per fare appello alla tradizionale inefficacia delle
indicazioni ministeriali, confidando nella consolidata “arte di arrangiarsi”
degli insegnanti. La segretaria di GISCEL conclude il suo intervento con queste
parole: «C’è solo da confidare nel buon senso degli insegnanti, che sono
abituati ormai da anni ad avere come punto di riferimento gli ottimi programmi
per la scuola elementare del 1985». Il presidente di “Clio 92” si preoccupa di
suggerire «come il diritto di
interpretazione dei testi programmatici e l’autonomia scolastica possano
permettere di gestire le “indicazioni” nel caso che diventassero cogenti».
3. Orientamenti culturali e ideali
Si può parlare di un impianto culturale o ideale
complessivo sottostante alle indicazioni ministeriali? Probabilmente sarebbe
eccessivo, e comunque i pareri delle associazioni, imperniati prevalentemente
su un contributo disciplinare specifico, a volte tecnico, non affrontano
sistematicamente la questione. Esistono però nei loro testi alcuni spunti e
indizi sparsi, che convergono nell’accennare a una lettura in questo senso,
almeno tendenziale.
Quello che manca
Da più parti si rileva, nel
linguaggio stesso dei documenti, una discontinuità rispetto alle elaborazioni
didattiche e alle esperienze più avanzate condotte nella scuola negli ultimi
anni. Il rilievo è in evidenza nel documento LEND: «L’assenza di termini quali continuità,
curriculum, insegnamento modulare, differenziazione, integrazione non
è solo un evidente fenomeno linguistico ma rappresenta un esplicito rifiuto
delle “esperienze pregresse” e risponde ad una precisa scelta di connotazione
dell’impianto “programmatico”». Va nella stessa direzione l’assenza di
riferimenti all’educazione linguistica come quadro complessivo in cui si
collochino gli insegnamenti della lingua italiana e delle lingue straniere,
rilevata nello stesso testo e in quello della segretaria GISCEL.
I termini
ora citati possono apparire politicamente compromessi, in quanto legati a una
stagione di impegni e generose utopie “progressiste”, e questo potrebbe
spiegare la loro espunzione. Più difficile spiegare l’assenza di riferimenti
meno connotati ma di forte spessore culturale, come quelli che, sempre in
materia linguistica, vengono dalle istituzioni europee, ricordati in
particolare da TESOL: «Nei documenti
della Riforma, in particolare nelle indicazioni sull’insegnamento della lingua
inglese, sarebbe opportuno inserire un riferimento specifico al Quadro di
Riferimento Europeo delle Lingue Moderne (1996, 1998, 2001), ovvero il testo
elaborato dal Consiglio d’Europa sull’insegnamento delle lingue straniere».
Il rifiuto delle esperienze e riflessioni recenti pare
configurarsi non tanto come un “superamento” in nome di quella visione
aziendalistica della scuola denunciata da molti, quanto piuttosto come un
ritorno a un supposto buon tempo antico, alla scuola di mezzo secolo fa. Questo
almeno appare nei rilievi di alcune associazioni. La segretaria di GISCEL
critica la mentalità grammaticalista presente negli obiettivi di Italiano
(mentalità che è cosa diversa dal riconoscere lo spazio della riflessione sulla
lingua, che nessuno contesta): «più che la comunicazione interessano alcuni
fatti grammaticali che i “fanciulli” dovrebbero imparare a riconoscere ed
etichettare da subito», come appare anche da «una lunga lista di “abilità grammaticali”
terminologicamente inedite, ma ampiamente coincidenti con gli esercizi di cui
abbondano da sempre i libri scolastici di grammatica». Quanto alla Storia, il
segretario di “Clio 92” denuncia l’impostazione degli obiettivi imperniati su
«fatti, personaggi, eventi ed istituzioni», cioè su una storia
politico-istituzionale, nonché eurocentrica, e a struttura cronologico-lineare,
per concludere: «Si tratta di un arretramento verso
l’impostazione tradizionale, rispetto sia ai programmi del 1985 per la scuola
elementare, che erano molto innovativi, sia a quelli del 1979 per la scuola
media che non assegnavano liste di conoscenze, ma solo periodizzazioni».
Un’altra carenza rilevata da più parti
riguarda le nuove esigenze educative poste dal carattere multietnico che assume
sempre più la nostra società, dalla mondializzazione, dall’attenzione ai
diritti delle minoranze. Di queste cose si potrebbe occupare, nella struttura
delle Indicazioni, la “Educazione alla convivenza civile”, che a
giudizio di LANDIS però «ritorna molto
sui già confusi, ed incerti, passi dell’Educazione civica e non comprende le
prospettive interculturale, alla pace, allo sviluppo e alle pari opportunità»,
mentre «l’accenno alla mondialità nel “Profilo” appare sfuggente ed incongruo
con tutto il resto». E’ significativo che la stessa esigenza sia posta dalle
associazioni scientifiche, che chiedono che nel “Profilo” educativo terminale
del ciclo sia posto il traguardo «[il ragazzo] E’ consapevole del processo di
accelerazione e ampliamento delle interazioni fra individui provenienti da
civiltà diverse, e della necessità di mutua comprensione e reciproca
accettazione». Sul piano dell’educazione linguistica, poi, la segretaria di
GISCEL denuncia che «si è ben lontani dal sottolineare che, in una scuola che
vede ormai la presenza di un numero molto alto di alunni provenienti da
famiglie di immigrati, lo stesso italiano è sempre più una lingua di contatto».
Sempre a proposito della “Educazione alla convivenza civile”, ANISA rileva che
«Nella sezione Educazione alla Cittadinanza manca un riferimento
specifico e una sottolineatura chiara all’educazione alla tutela, protezione e
difesa del patrimonio artistico e naturale. C’è solo un generico obiettivo
“Relazione tra problematiche ambientali e patrimonio artistico”».
Quello che forse è di troppo
Certi aspetti dei documenti
ministeriali possono risentire di un’ispirazione che alcune associazioni
sembrano non condividere, pur non scendendo direttamente su un terreno
ideologico. Così LANDIS obietta alla «insistita e semplificata valorizzazione
del ruolo della famiglia nella costruzione di una scuola rinnovata», ricordando
come spesso i genitori, ancorati al ricordo della propria esperienza
scolastica, siano portatori di una visione conservatrice in campo pedagogico,
mentre «la scuola deve essere considerata come produttrice, e non solo
trasmettitrice, di cultura». Sono probabilmente analoghe le preoccupazioni che
sottostanno al passo del documento LEND che chiede «Più chiarezza sul ruolo
assegnato alle famiglie (citate spessissimo in tutti i documenti!) nelle varie
fasi del percorso educativo».
Un altro punto che coinvolge
orientamenti ideali riguarda la questione, oggi tanto dibattuta, delle “radici”
della nostra civiltà. A questo proposito LANDIS, dopo aver ricordato che «Le
“Indicazioni” esprimono l’esigenza di dare “consapevolezza, sia pure in modo
introduttivo, delle radici storico-giuridiche, linguistico-letterarie e
artistiche che ci legano al mondo classico e giudaico-cristiano, e
dell'identità spirituale e materiale dell'Italia e dell'Europa», obietta: «ci
sono radici germaniche, ad esempio, nella nostra civiltà, e radici arabe,
quanto a culture ed etnie e, più recentemente, sono attecchite anche radici
culturali di origine angloamericana; ci sono radici medioevali ed
illuministiche, per quanto riguarda le istituzioni ed i modi della convivenza
civile»; più avanti ricorda come «la storia dei diritti umani», valore fondante
della civiltà europea, non si radichi nell’antichità classica o giudaico-cristiana
né nel Medioevo, ma in epoche più recenti. In altra parte dello stesso
documento si trova la critica, a «i richiami ad obiettivi di alto spessore
teoretico-metafisico fin dalla Scuola primaria (la distinzione tra “bene e
male”, le domande sull’Universo, sui fondamenti dei grandi valori estetici,
morali, religiosi) che appaiono inadatti ad un insegnamento non predicativo, ma
che tenga conto delle specifiche potenzialità delle età considerate. Si
rischia, cioè, contro la finalità espressa di far costruire ai bambini ed ai
ragazzi una consapevolezza autonoma, di indurli ad accettare acriticamente, e
quindi spesso in maniera pericolosamente distorta, i risultati apodittici di un
pensiero adulto». Non credo sia eccessivo leggere nel testo il dubbio (seppur non
espresso in questi termini) che i documenti ministeriali risentano di proprie
specifihe “radici” culturali e religiose di orientamento conservatore.
A proposito di possibili approcci
apodittici, è significativo che una perplessità analoga affiori nel documento
delle tre associazioni scientifiche (AIF, ANISN, SCI-DD) quando commentano un
obiettivo enunciato nel Profilo, «legge
quotidiani e ascolta telegiornali», con l’osservazione che «appare quasi una
svista l’inserimento solamente dell’attività di lettura ed ascolto e non di
discussione con confronto di opinioni ed interpretazioni».
A proposito di eventuali remore di tipo
cattolico-fondamentalista, ANISN osserva che fra gli obiettivi della scuola
elementare non compare nessun cenno all’evoluzione delle specie; da un lato
riconosce che l’argomento non è facile da affrontare a quel livello di età, ma
dall’altro non esita ad affermare che «la sua assenza
crea sospetti»; d’altra parte «è quasi impossibile non affrontare il discorso
con i bambini che attraverso i vari mezzi di comunicazione comunque vengono
informati».
Un’altra
accusa di arretratezza culturale viene dalle due associazioni che si occupano
di storia e riguarda l’idea di proporre «i
personaggi come elemento di suggestione: “focalizzare l’attenzione su
personaggi e sul loro agire in un certo tempo e nel contesto di una determinata
società”». (Clio ‘92). Il commento di LANDIS è che «Sembra un
inopinato ritorno a decenni fa la proposizione di “esempi illustri” per
rafforzare la potenzialità formatrice della storia». Una prospettiva opposta è
presentata con decisione: si tratta di formare «la consapevolezza che, oggi
come ieri, la storia è una serie di vicende collettive, in cui tutti i
soggetti, in qualunque collocazione, hanno un ruolo, e che il valore delle loro
scelte, nel campo di possibilità dato, decide la sorte del vivere civile».
Dulcis in fundo: ANIAT ci
ricorda che «fra le conoscenze del primo biennio [della scuola media] sono
stati inseriti i “principi di economia domestica”», punto che l’associazione
giudica «sbagliato, anzi doppiamente sbagliato». In primo luogo perché «solo
una persona che non sa nulla dell’evoluzione della disciplina e degli
insegnanti, può compiere un errore simile. Una vera provocazione a cui i
docenti non possono non reagire»; poi per ragioni più intrinsecamente
disciplinari; infine perché c’è «un ulteriore errore di carattere politico, in
quanto si ripropone una superata visione della donna intesa sempre e comunque
come casalinga».
4. Questioni di struttura e di contesto
Chiamo “di struttura” le questioni che non riguardano
direttamente obiettivi di apprendimento e relative raccomandazioni o
prescrizioni di metodo, ma le cornici più generali del progetto di riforma:
ordinamenti, organizzazione del lavoro e simili. Queste non sono trattate nei
documenti sottoposti alle associazioni, per cui nei loro pareri si trovano in
proposito solo accenni occasionali, meritevoli tuttavia di qualche attenzione.
LANDIS,
ad esempio, «giudica negativamente la discontinuità fra il primo ed il secondo
ciclo (scuola primaria e scuola secondaria di primo grado), che trascura, fra
l’altro, le interessantissime esperienze sviluppate dai “progetti Continuità” e
dagli “Istituti comprensivi”». Si esprime anche contro la netta separazione tra
“sistema dei licei” e “sistema dell’istruzione e della formazione
professionale” con queste parole: «Si solleva con grande preoccupazione la
questione dell’obbligo che, distinto nei due canali previsti, allontanerebbe
dalla scuola proprio quella cospicua massa di studenti che più avrebbero
bisogno di acquisire, al massimo grado di possibilità, saperi, competenze,
consapevolezza dei diritti e dei doveri di una cittadinanza attiva». Simile la
preoccupazione di LEND: «C’è separatezza tra i due sistemi di formazione, anche
se si dichiara che verranno approntati strumenti per agevolare i passaggi da un
canale all’altro». Ancora LEND critica l’istituzione dell’“insegnante
prevalente” nella scuola elementare: «un modello che valorizza l’individualismo
e l’autoreferenzialità e nega la dimensione collettiva sia del lavoro
dell’insegnante, sia di capacità di interazione che devono venire acquisite
dagli allievi».
Altra
fonte di preoccupazioni è la prevista forte riduzione degli orari complessivi
di insegnamento, a cui dovrà conseguire una restrizione dello spazio concessso
a ciascuna materia; LANDIS ne parla come della «contraddizione fra una massa di
indicazioni di processo molto ricca ed articolata e il restringimento della
durata annuale delle quote orarie di lezione, in generale e per le singole
discipline»; anche ANISA chiede «una definizione più precisa dei quadri orari
in cui i piani di studio andranno a collocarsi»: vista la riduzione del monte
ore annuo, «solo da una griglia oraria più dettagliata risulterà la possibilità
concreta di misurarsi realisticamente con i livelli essenziali cui si
riferiscono le tabelle degli obiettivi specifici di rendimento».
Ci sono poi questioni che si potrebbero definire “di
contesto”: quelle che non sono incluse nel progetto di riforma, ma, pur
nascendo da altri aspetti della politica scolastica, vengono tuttavia a
influire sulle condizioni di attuazione della riforma. Ad esempio AIC afferma
che «Per rendere operativo quanto scritto nelle Indicazioni nazionali
sarebbe stato necessario prendere per tempo le seguenti misure: formazione del
personale, incremento nelle assunzioni del personale docente, numero adeguato
di docenti di sostegno per eventuali bambini svantaggiati, adeguamento delle
strutture laboratoriali e edilizie».
Un punto che desta preoccupazioni diffuse è la
generalizzazione dell’orario di cattedra a 18 ore settimanali conseguente
all’applicazione di disposizioni della legge finanziaria 2002 (è appena il caso
di ricordare, a eventuali lettori meno informati, che l’orario di cattedra
rappresenta solo una parte dell’orario di lavoro degli insegnanti!); essa si
può ottenere solo al prezzo di spericolati accorpamenti e/o spezzettamenti di
insegnamenti e classi, ed è stata già denunciata in un documento del Forum del
settembre scorso, sottoscritto da dodici associazioni. Nei documenti qui
raccolti vi accennano TESOL e LANDIS: la prima associazione rileva come per
effetto di tali provvedimenti «siano disattesi principi pedagogici prioritari
quali la centralità della figura del discente, ignorando la funzione della
continuità didattica nel processo educativo. Un esempio in tal senso è la
proposta di destrutturazione delle cattedre di Lingua e civiltà Inglese nel
Liceo Scientifico»; la seconda sostiene che «Nessun piano formativo, anche il
più oculato e soddisfacente, può avere successo con l’avvicendarsi nella stessa
classe di più insegnanti nelle stesse materie ad ogni anno di corso»,
conseguenza inevitabile di una rigida applicazione del principio delle 18 ore
di cattedra.
Connessa alla questione dell’orario di cattedra è la
necessità, richiamata ancora da LANDIS, «di prevedere, per gli insegnanti
stessi, spazi di confronto, di scambio, di messa a punto di didattiche che le
Indicazioni definiscono rapidamente “ad ologramma”, di progettazione e
verifiche di esperienze, di piani di studio personalizzati, di incontri con
esperti, al di fuori delle scansioni rigide previste».
Diffusa
infine la richiesta di iniziative organiche di formazione iniziale e continua
degli insegnanti, che abbiamo già visto in testa alle condizioni enunciate da
AIC, e si trova espressamente citata nei documenti di LANDIS e delle tre
associazioni scientifiche AIF - ANISN - SCI-DD.
5. Una questione di metodo
Sottesa
a tutte le osservazioni critiche precedenti c’è una questione di metodo: chi ha
proceduto alla stesura delle Indicazioni, come, in quali tempi, con
quali consultazioni? Il fatto che alla fine le associazioni disciplinari siano
state comunque consultate è motivo di soddisfazione per ANIAT: la lettera del
suo presidente che trasmette al ministro il parere dell’associazione si apre
con un plauso e dichiara che il gruppo di lavoro che ha redatto le osservazioni
«concorda su quanto codesto Ministero sta facendo per migliorare la scuola
italiana». Le lettere di tramissione dei pareri di AIF e ANISN sottolineano
invece che le loro osservazioni «non possono che essere schematiche vista
l’urgenza da Lei evidenziata ed il tempo concesso a cavallo delle festività
pasquali». Vi si può leggere una non tanto velata rimostranza: ci avete
interpellato all’ultimo momento, per pura formalità.
Il documento di AIC, che si sofferma sulla cosiddetta
“sperimentazione” che ha messo in opera le Indicazioni in un certo
numero di scuole elementari prima che fossero giuridicamente in vigore,
sostiene che «Prima che la sperimentazione fosse avviata, il MIUR avrebbe
dovuto instaurare un dibattito nella scuola, sentire il parere dei soggetti
interessati incluso quello delle Associazioni disciplinari». E questa
affermazione corrisponde certamente a un sentire diffuso nelle nostre
associazioni e in genere nel mondo della scuola.
La segretaria di GISCEL fa un
esplicito e polemico
riferimento alle procedure seguite al termine della scorsa legislatura
nel
tentativo di dare attuazione alla riforma denominata “riordino
dei cicli”: «Mi
riferisco in particolare alle Indicazioni curricolari per la scuola di
baseNel caso delle “indicazioni”, non sappiamo quali siano
stati gli esperti,
non sappiamo quali riferimenti epistemologici abbiano utilizzato, non
sappiamo
quali pratiche e prodotti didattici abbiano avuto presenti, non
sappiamo che
teorie psicologiche abbiano preso a riferimento».
formulate dalla “Commissione per il riordino dei cicli” nominata dal Ministro
De Mauro, chiamando a farne parte esperti e operatori scolastici,
rappresentanti di associazioni e dei genitori, ecc. e che era riuscita, seppure
con tutte le mediazioni del caso (tenuto conto della sua composizione ampia e
non di parte) a formulare un testo perfettibile, sì, ma non così grottesco».
Invece (e qui do la parola al presidente di “Clio 92”) «
Le opzioni politiche e ideali
precedono la formulazione di curricoli, o piani di studio o comunque li si
voglia chiamare, e non spetta agli esperti, in quanto tali, modificarle. Ma una
maggiore trasparenza di procedure e consultazioni avrebbe risparmiato al
ministro e ai suoi anonimi collaboratori un buon numero di scivoloni sul piano
della chiarezza didattica e della correttezza scientifica, ampiamente
documentati nelle pagine che seguono. Si può sperare che in futuro le cose
vadano diversamente? E’ questo il senso che intendiamo dare alla pubblicazione
di questa raccolta di documenti.
***
(1) Per la precisione, da una
comunicazione successiva della stessa associazione
risulta che questa frase, nella versione del documento
del luglio 2003, è stata corretta, leggermente ma in
modo sostanziale. Segno che almeno qualcuna delle
osservazioni ha avuto effetto.
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